Il Papa tuona contro l’economia che non crea lavoro

papa_francesco

Povertà e lavoro. Due temi molto cari a Papa che anche ieri sono stati affrontati dal Pontefice.

Nella consueta omelia a S. Marta, prendendo spunto dalla pagina evangelica del povero Lazzaro e del ricco epulone, Francesco ha ricordato che «soltanto nel Signore è la nostra sicura fiducia». Altre non ci salvano ma anche se lo sappiamo «ci piace confidare in noi stessi, confidare in quell’amico o confidare in quella situazione buona che ho o in quell’ideologia».

L’uomo, così, si chiude in se stesso, «senza orizzonti, senza porte aperte, senza finestre» e «non avrà salvezza, non può salvare se stesso». È quello che succede al ricco del Vangelo: «Aveva tutto: indossava vestiti di porpora, mangiava tutti i giorni, grandi banchetti. Era tanto contento» ma «non si accorgeva che alla porta della sua casa, coperto di piaghe» c’era un povero. Il Papa ha sottolineato che il Vangelo ricorda che si chiamava Lazzaro mentre il ricco «non ha nome: e questa è la maledizione più forte di quello che confida in se stesso o nelle forze, nelle possibilità degli uomini e non in Dio: perdere il nome. Come ti chiami? Conto numero tale, nella banca tale. Come ti chiami? Tante proprietà, tante ville, tanti… Come ti chiami? Le cose che abbiamo, gli idoli…». Ma, come sempre, c’è una speranza: «Quest’uomo, quando se ne è accorto che aveva perso il nome, aveva perso tutto, tutto, alza gli occhi e dice una sola parola: “Padre”. E la risposta di Dio è una sola parola: “Figlio!”».

Più tardi l’ennesimo ammonimento contro «un sistema economico che non è più capace di creare lavoro, perché ha messo al centro un idolo, che si chiama denaro!». È arrivato nel corso dell’udienza ai dirigenti e agli operai delle acciaierie di Terni, a 130 anni dalla fondazione, e ai fedeli della diocesi umbra. Il Papa ha ricordato che «il lavoro è una realtà essenziale per la società, per le famiglie e per i singoli. Il lavoro, infatti, riguarda direttamente la persona, la sua vita, la sua libertà e la sua felicità. Il valore primario del lavoro è il bene della persona umana, perché la realizza come tale, con le sue attitudini e le sue capacità intellettive, creative e manuali. Da qui deriva che il lavoro non ha soltanto una finalità economica e di profitto, ma soprattutto una finalità che interessa l’uomo e la sua dignità. La dignità dell’uomo è collegata al lavoro. Tante volte – ha proseguito il Papa – capita che le persone senza lavoro – penso soprattutto ai tanti giovani oggi disoccupati – scivolano nello scoraggiamento cronico o peggio nell’apatia».

Di qui l’appello ai «diversi soggetti politici, sociali ed economici chiamati a favorire un’impostazione diversa, basata sulla giustizia e sulla solidarietà».

Vicino a chi non ha dignità, a chi vive ai margini della società, a chi soffre. Papa Francesco continua la sua «rivoluzione della misericordia» e oggi pomeriggio si recherà nella chiesa di San Gregorio VII per una veglia di preghiera con i familiari delle vittime della mafia in occasione della «Giornata della Memoria e dell’Impegno» promossa dall’associazione Libera di don Ciotti.

IL TEMPO