Il Papa: «Sugli autobus di Roma ho visto il disprezzo per gli zingari»

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CITTÀ DEL VATICANO Discriminati, derisi, allontanati, guardati in cagnesco. Su di loro, i rom, i sospetti si concentrano immediati, striscianti; si accumulano inevitabilmente perché il «diverso» conduce alla diffidenza. E il timore, si sa, finisce spesso per tratteggiare contorni deformi. Gli zingari non hanno mai avuto buona stampa, né suscitato troppa simpatia tra la gente. Papa Bergoglio se ne era accorto benissimo quando veniva a Roma da cardinale per le riunioni o i concistori. In città si spostava come d’abitudine con i mezzi pubblici per raggiungere il Vaticano, utilizzando la metro ma soprattutto il 64, la linea dei bus più gettonata dai turisti e, nello stesso tempo, quella maggiormente tormentata dai borseggiatori. Il cardinale seduto in un angolo o aggrappato al corrimano chissà quante volte avrà avuto modo di osservare l’antipatia immediata che il popolo gitano suscitava tra i romani. «Spesso gli zingari si trovano ai margini della società, e a volte sono visti con ostilità e sospetto: io ricordo tante volte, qui a Roma, quando salivano sul bus alcuni zingari, e l’autista che diceva: Attenti ai portafogli! Questo è disprezzo. Forse sarà vero, ma è disprezzo».
APPELLO 
Papa Francesco, ieri mattina, parlava davanti a vescovi, sacerdoti e cardinali. Ancora una volta per rendere il discorso preparato in occasione dell’incontro con i promotori episcopali e i direttori nazionali della pastorale per i rom più efficace ha fatto ricorso alla sua prodigiosa memoria. Nella sala Clementina si è subito fatto silenzio, e i presenti hanno ascoltato quelle parole spontanee, rivedendo probabilmente la stessa scena. In sostanza il Papa ha chiesto di evitare ogni forma di discriminazione culturale cercando di trovare le cause di tanta insofferenza: «Il fatto è che i rom sono scarsamente coinvolti nelle dinamiche politiche, economiche e sociali del territorio. Sappiamo che è una realtà complessa, ma certo anche il popolo zingaro è chiamato a contribuire al bene comune, e questo è possibile con adeguati itinerari di corresponsabilità, nell’osservanza dei doveri e nella promozione dei diritti di ciascuno». A questo perché Bergoglio ne individua subito dopo un altro. «Possiamo individuare anche la mancanza di strutture educative per la formazione culturale e professionale, il difficile accesso all’assistenza sanitaria, la disparità nel mercato del lavoro e la carenza di alloggi dignitosi». Bergoglio le chiama proprio così: «piaghe del tessuto sociale» che colpiscono «i gruppi più deboli, quelli che più facilmente diventano vittime delle nuove forme di schiavitù. Sono infatti le persone meno tutelate a cadere nella trappola dello sfruttamento, dell’accattonaggio forzato e di forme di abuso». Gli zingari «soprattutto quando mancano gli aiuti per l’integrazione e la promozione della persona» diventano bersagli troppo facili.

IL MESSAGGERO