Il Papa bacchetta la Ue: una nonna stanca e sola, superi le sue paure

PAPA

Fuori un cielo cinereo e freddo; per le vie di Strasburgo non c’era nessuno. Papa Francesco però ha sciolto il cuore delle istituzioni europee. Prima in Parlamento e poi, subito dopo, al Consiglio d’Europa. Risultato della «giornataccia», come l’ha chiamata lui, tre ore e mezzo di incontri e tre e mezzo di aereo: una standing ovation finale degna di una star e una decina di applausi a scena aperta mentre parlava. I due lunghi discorsi, concreti, graffianti, per certi versi quasi bruschi, hanno fatto meditare.
LE FRUSTATE

L’Europa è come quel pioppo della poesia di Clemente Rebora, un albero proteso verso l’alto ma che se solo perde le radici ecco che il tronco lentamente si svuota e muore. Una Europa nonna, stanca, indebolita dagli egoismi, ghermita dagli interessi particolari, influenzata dalle multinazionali, ingessata dalla burocrazia, ossessionata dall’opulenza e dal vedere il mondo solo a compartimenti stagni. Noi e loro. Francesco è stato fulminante. Frustava i politici. A suo dire sono vecchi di testa e faticano a comprendere che occorre agire in trasversalità con un patto tra le generazioni. «L’approccio dei giovani è diverso; la musica è diversa». Ha messo in guardia dalla cultura dello scarto, che esclude gli anziani, i bambini non nati (applauso), i poveri (altro applauso). I confronti nelle istituzioni avvengono secondo schemi ormai superati ed è per questo che risultano poco efficaci. «Nel mondo politico risulta sterile il dialogo solamente interno agli organismi (politici, religiosi, culturali) della propria appartenenza. Un’Europa che dialoghi solamente entro i gruppi chiusi di appartenenza rimane a metà strada; c’è bisogno dello spirito giovanile che accetti la sfida della trasversalità». Francesco si scopre rottamatore. Serve un ricambio. Chi non ha un cuore coraggioso non può trasmettere empatia.
Agli euroburocrati chiede di osservare l’orizzonte e non solo i codicilli. Spera in continente fedele alla sua «anima buona». E’ la prima volta che il pontefice argentino affronta il tema dell’Europa, poiché, salvo rapidi cenni nel corso di quest’anno, non ne aveva mai parlato in modo sistematico. Così ne approfitta per ravvivare le radici cristiane, i valori etici, la difesa dei più deboli. La crisi economica naturalmente solleva inquietudini: «Non consente ai giovani di coltivare speranza». La mancanza di lavoro è una ipoteca per il futuro. Ai politici – tra cui anche Matteo Renzi, in qualità di presidente di turno dell’Unione – sottolinea che «è tempo di favorire le politiche di occupazione, ma soprattutto e necessario ridare dignità al lavoro, garantendo anche adeguate condizioni per il suo svolgimento». Va bene la flessibilità del mercato ma «con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative». Non si può puntare «allo sfruttamento delle persone». Bergoglio non manca di difendere la famiglia e di denunciare un certo fraintendimento del concetto di diritti umani. «Vi è la tendenza verso una rivendicazione dei diritti individuali» staccata «da ogni contesto sociale e antropologico». Infine la pace e un cenno alla guerra in corso in Ucraina. Bergoglio fa capire che la Chiesa è e resta europeista. «Cari eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana». Anche per metterla al riparo «dagli imperi oscuri».

Il Messaggero