Il Milan si inchina a super Tevez

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Fin da subito, Milan-Juve s’è giocata su un biliardino inclinato, verso la porta di Abbiati, e prima o poi la pallina doveva andare in buca. Superiorità crescente e inesorabile, come la forza di gravità, ben più di quanto dica il risultato sul gong (0-1). Il pallone l’ha imbucato Carlos Tevez, e chi sennò, al 4º gol nelle ultime 3 partite, su tocco delizioso di Pogba, fin lì di una leziosità irritante.

Due giocatori però, e non i soli, che dall’altra parte non avevano, semplicemente. Dopodiché, antico vizio, i bianconeri hanno avuto il peccato di non chiudere il conto, lasciando il punteggio in bilico fino alla fine, con annesse mischie, e rigori invocati, dalle parti di Buffon. Ma basta e avanza per issarsi al comando, con 3 vittorie su 3, un en-plein iniziale sfuggito pure alla Juve della scorsa stagione, quella dei record, che fece patta proprio qui a S. Siro, contro l’Inter. Se è rischiosamente presto per eretici paragoni, Massimiliano Allegri sa però di avere una squadra da governo, anche se in maniera diversa.

Pronti e via, e Inzaghi consegna subito le praterie alla Juve, asserragliando il Milan negli ultimi 30 metri: se hai una difesa che lascia troppe porte spalancate, puoi provare a tapparle ammassando gente agli ingressi. Al resto, ci penserà il contropiede, l’arma dei più deboli, e dei furbi. Funzionerà solo, e mai fino in fondo, sui piedi di Ménez. Già si capisce da che parte penderà il campo, visto il possesso palla all’intervallo: 60% Juve, 40 Milan, praticamente lo stesso alla chiusura.

Ai bianconeri non resta che scrivere il copione della serata, all’inizio piuttosto confuso, però. Ne esce un primo quarto d’ora orribile, con più falli che giocate. Colpa del traffico più che della lucidità, pure se Allegri non ha fatto turn over, anche perché non può, tra acciacchi e infortuni. Dunque, la Juve è la stessa di 4 giorni fa, in Champions, eccetto Pereyra. Lui e non Vidal, tenuto saggiamente in bacino di carenaggio e liberato solo a sprint già lanciato. Ovvero, quasi assente, come Pirlo e Barzagli: ci si è quasi fatta l’abitudine, ma sarebbe gente di serie, non optional. Allora, si parte dandosele di santa ragione, di qua e di là. Milan praticamente a uomo: Muntari-Pereyra, De Jong-Marchisio e Poli-Pogba, un’assonanza che piacerebbe tanto a Tavecchio. Pilota la Juve, e Marchisio di più, ma sono i rossoneri a sfiorare la meta: ma sulla Cresta dell’Honda, una zuccata, ci arriva Buffon, strepitoso. Abbiati (su Llorente) fa quasi patta, 10’ più tardi. Meno difficile, ma non banale, subito dopo sulla botta di Pereyra.

A Marchisio, gran sventola di sinistro, ci e penserà il palo. La virtù guida la Juve, la fortuna tenta di accompagnare il Milan. Attorno, è una bolgia di 80mila come non se ne vedevano da un pezzo. Il primo pandemonio, di fischi, era per Massimiliano Allegri, insultato dall’arena che fu sua. Ma gli basterà avere pazienza per gustarci la rivincita: è solo questione di tempo, il secondo, e la Juve si prende tutto il campo, prima di saccheggiare l’area. Il Milan è ritirato, come dopo una cattiva centrifuga. Lo svantaggio leva la residua fede nel fato e un po’ di calma. E finiscono per aver ragione Fabri Fibra e Neffa, sparati dalle casse prima del duello: «Preso dal panico, fermati un attimo, perché se vai più giù, forse non torni più». Com’è successo al Milan, e come non poteva accadere alla Juve.

La Stampa