Il governo studia una legge delega per pensioni flessibili a partire dal 2017

12 04 2007 Brescia Inps cartelle previdenziali istituto nazionale previdenza sociale Ph.FotoLive Ettore Ranzani

Questa è la supremazia della politica. Quando il premier Matteo Renzi ha ricevuto a giugno il “piano Boeri” sulla previdenza e l’assistenza ha chiesto al suo staff di Palazzo Chigi di valutarne l’impatto economico ma anche di capire con esattezza chi sarebbero stati i vincitori e i vinti, in termini di gruppi sociali. Chi, dunque, si sarebbe avvantaggiato dagli interventi proposti dal presidente dell’Inps e chi, invece, ne avrebbe ricavato svantaggi. Perché nessuna riforma ha un impatto neutro sulla società. Questione politica innanzitutto o, se si preferisce, di consenso politico. Voti, insomma.

Poi, certo, c’erano anche gli aspetti finanziari, quelli per la copertura dei provvedimenti da prendere ma non è mai stato questo il fattore determinante o almeno prevalente. Come si sono trovati i finanziamenti per l’abolizione della Tasi sulla prima casa così si sarebbero trovate le risorse per introdurre forme di flessibilità per andare in pensione prima dei 66-67 anni e correggere nel punto più delicato e più criticato la riforma Fornero del 2011. Tanto più che nel primo anno l’impatto delle proposte dell’Inps non sarebbe stato superiore a qualche centinaio di milione di euro.

Questioni di priorità politiche, dunque. E Renzi ha una sua agenda da questo punto di vista: la casa nel 2015, le imprese, con il taglio dell’Ires, nel 2016, le pensioni, nel 2017, infine le aliquote Irpef nel 2018. Una scaletta che non esclude del tutto il “piano Boeri” ma che lo congela per qualche mese almeno nella parte relativa alle pensioni. Non sull’assistenza, invece, che servirà ad alimentare il disegno di legge collegato alla Stabilità sulla povertà e sul riordino appunto dell’assistenza sociale.

La Repubblica