Il governo: F35 da ridurre Saranno chiuse 385 caserme

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ROMA La cura dimagrante imposta dalla spending review investe tutti i ministeri e, in specie, quello della Difesa, le cui esigenze – in particolare i discussi cacciabombardieri F35 – sembrano, nell’immaginario collettivo, le più distanti dai bisogni reali del Paese in tempi di vacche magre. Ad affrontare la questione è la neoministra Roberta Pinotti che, in un intervista a Maria Latella su Sky, dice che il dicastero della Difesa è pronto a fare la sua parte in tema di risparmi e annuncia la chiusura di 385 caserme o presidi militari. Quanto agli F35, Pinotti afferma che «è lecito immaginare una razionalizzazione, si può rivedere e ridurre», ma prima «bisogna chiedersi che difesa vogliamo, quale tipo di protezione ci può servire. Ci servono l’Aeronautica e la difesa aerea? Il governo ha assunto l’impegno con il Parlamento di attendere le conclusioni di un’indagine conoscitiva che è in corso per prendere una decisione». E’ intenzione della titolare della Difesa portare entro un mese un provvedimento ad hoc in Consiglio dei ministri per accelerare la dismissione delle 385 caserme e la riduzione del personale militare che passerà in 10 anni da 190 a 150 mila unità, mentre i dipendenti civili della Difesa passeranno da 30 a 20 mila. I relativi immobili di pertinenza del demanio militare, osserva Roberta Pinotti, «potranno essere messi a disposizione dei Comuni e degli enti locali o, anche, essere venduti a privati che vogliono investire. Ritengo che sarebbe uno spreco tenere inutilizzate queste strutture e, a questo scopo, sarà allestita al più presto una task force che se ne occuperà per 12 ore al giorno».
Dà ragione alla sua ministra Matteo Renzi che, intervistato dal Tg5, conferma che «dalla Difesa saranno risparmiati molti soldi: 3 miliardi di euro, non tutti dagli F35, ma dal recupero delle caserme e dalla riorganizzazione delle strutture militari. Sugli F35 continuiamo con i programmi internazionali e una forte aeronautica, ma quel programma sarà rivisto».
LO SCONTRO CON NEW DHELI
Anche il tema dei due marò trattenuti in India è stato affrontato nell’intervista di Roberta Pinotti, da poco rientrata da New Dheli e che oggi sarà a Berlino per incontrare la sua omologa tedesca Ursula von der Leyen. Il ministro sorvola «sui tanti errori fatti nella vicenda», per affermare che comunque «Latorre e Girone non possono essere giudicati in India, perché ciò metterebbe in discussione lo status di tutti quei militari, e non parlo solo di quelli italiani, che partecipano alle missioni fuori dai propri confini».
Di parere decisamente diverso, sulla questione degli F35, appare il predecessore della Pinotti a palazzo Baracchini: «Personalmente – dice l’ex ministro Mario Mauro – sono stato sempre contrario alla riduzione dei fondi alla Difesa. E oggi lo sono ancora di più visto cosa sta accadendo in Crimea e Ucraina. Capisco il difficile momento economico che attraversa il Paese, tuttavia penso che i tagli alla Difesa siano un errore strategico, ancor più in un Paese avanzato come è l’Italia. Oggi si punta il dito contro il programma degli F35, identificandolo come fonte di sperpero di soldi che potrebbero andare su altre voci. Ma francamente – prosegue Mauro – la cosa mi fa sorridere perché il programma F35 è in assoluto il più tagliato degli ultimi anni, essendo passato da 150 a 90 aerei (80 milioni ciascuno di costo medio, per un impegno totale di 14,3 miliardi in 15 anni ndr). Si tratta – osserva l’ex ministro del governo Letta – di un numero congruo, considerati gli obblighi a cui l’Italia deve far fronte come membro della Nato e della Ue nell’ambito di un sistema integrato di difesa».
Sull’effettiva riduzione della spesa militare, un pronunciato scetticismo si ritrova nelle parole di un altro ex ministro della Difesa: «Auguro al ministro Pinotti – dice Ignazio La Russa – maggior fortuna di quanta ne ho avuta io. Non avrà vita facile. Credo che si troverà davanti alle stesse difficoltà che ho incontrato io a dismettere i beni della Difesa: parlo di ogni genere di resistenza dalla burocrazia dei ministeri coinvolti, fino agli enti locali dove i beni del demanio militare erano allocati».