I timori del Vaticano: il rischio c’è Ma il Papa non vuole blindature

CSI DA PAPA FRANCESCO

Torna l’incubo terrorismo e per il Vaticano si tratta di far quadrare una equazione quasi inattuabile, da una parte garantire la massima sicurezza dall’altra non dare l’impressione di generare eccessive barriere. Nessuno vuole alimentare un clima di agitazione tra i pellegrini che il mercoledì affollano Piazza San Pietro, né seminare panico tra coloro che, la domenica, accorrono sotto le finestre del Palazzo Apostolico per l’Angelus. Nè tantomeno agitare la massa dei turisti in fila per entrare in basilica, ai musei vaticani, per ammirare la Cappella Sistina o per salire sul Cupolone da dove si gode di uno dei panorami romani più suggestivi.
QUALCOSA È CAMBIATO

Dopo l’attentato di Parigi, tuttavia, qualcosa effettivamente è cambiato anche al di là del Tevere. Sebbene non si registrino segnalazioni specifiche, intercettazioni sospette o piani ipotetici di aggressione, nelle sale alte del Palazzo Apostolico vi è consapevolezza che il Papa e lo Stato pontificio siano realmente degli obiettivi di possibili azioni terroristiche. Ormai sono pochi coloro che minimizzano, difficile negare i rischi. Di conseguenza l’attenzione è alta anche se le maglie della sicurezza, almeno all’interno del perimetro, non sono destinate a subire strette particolari.
Il Papa ha chiesto di lasciare le cose come stanno, non vuole spaventare la gente. Le misure predisposte sembrano ora sufficienti. Domenica mattina davanti alla sala stampa, in via della Conciliazione, la polizia italiana – alla quale è affidato il controllo della zona antistante il Vaticano – aveva inviato un pulmino di supporto e alcuni poliziotti fermi davanti al portone d’ingresso. Una presenza che, forse, non era piaciuta troppo, e così nel pomeriggio pulmino e poliziotti erano già appostati con maggiore discrezione. Conseguenza probabile di una telefonata diplomatica diretta al Viminale. Insomma, la preoccupazione del Papa è di non alimentare ulteriori ansie, più di quelle che già attraversano l’animo della gente.
LE INCURSIONI A SAN PIETRO

Alcuni giorni fa si è tenuta una riunione ai piani alti del Palazzo Apostolico per capire come fermare definitivamente le incursioni sul Cupolone di San Pietro. Ogni tanto, infatti, c’è qualche malintenzionato che con fulminea abilità riesce ad arrampicarsi sul punto più alto per poi srotolare striscioni di protesta. Finora si è sempre trattato di azioni dimostrative di arrampicatori un po’ strampalati ma innocui per la collettività. Come, per esempio, l’imprenditore triestino fermato dai gendarmi il 21 dicembre e spedito in carcere dove è rimasto fino a due giorni fa. Il Papa per primo continua a ripetere ai suoi collaboratori che la sua missione deve andare avanti senza scossoni, senza troppe variazioni. Per sua natura non intende sottoporsi a ulteriori forzature nelle misure di sicurezza; quelle che ci sono sono le reputa più che sufficienti. Non vuole privarsi del contatto con la gente, della libertà di muoversi senza lacci, senza cordoni che gli impedirebbero di svolgere spontaneamente la sua missione. Ma la tensione, in Vaticano, è ormai palpabile.
LA PREGHIERA COME CORAZZA

Come accade per ogni viaggio internazionale, anche stavolta che Papa Bergoglio è diretto nello Sri Lanka e nelle Filippine, i collaboratori che hanno organizzato la trasferta pontificia hanno rifinito nei dettagli il dispositivo di sicurezza in collaborazione con i Paesi ospitanti. A Colombo, nello Sri Lanka, il Papa oggi percorrerà una quarantina di chilometri su una specie di jeep scoperta. Francesco è sicuro che la sua migliore corazza sia la preghiera. Anche domenica ha chiesto ai fedeli: «Non dimenticate, pregate per me, ho bisogno».

Il Messaggero