I nove anni al Quirinale del presidente neo-pop

GIORGIO NAPOLITANO 5

Ha salutato gli italiani, per l’ultima volta da presidente della Repubblica. Si è congedato dal Colle, rivolgendosi non a un pubblico ma a una comunità. Perché questo é stato l’insieme dei cittadini agli occhi di Giorgio Napolitano. Non una platea da accarezzare o a cui rivolgere incoraggiamenti retorici – per esempio tutte le volte che ha lodato «il coraggio degli italiani nella crisi» – pronunciati con parole di circostanza. Il tipo di approccio di Napolitano in questi quasi nove anni é stato un altro. E del tutto sorprendente considerando lo stile british e la natura di «totus politicus» di questo personaggio che «viene da lontano» (come si diceva in linguaggio vecchio Pci). É stato un approccio per molti aspetti nazional-popolare, per niente cervellotico e freddo. Egli ha stabilito, per dirla con Antonio Gramsci, una «connessione sentimentale» con i propri connazionali. Tramite questo link, un borghese napoletano di famiglia liberale, un comunista italiano sempre dedito alla vita di partito e al lavoro nelle istituzioni, un uomo allergico alla demagogia, é diventato una figura pop. E sulla base di questa fisionomia, in una fase di profonda lacerazione tra le istituzioni e la società, ha tentato fino alla fine di suturare le ferite aperte. Anche spingendosi, tra molte critiche di parte, a prendere di petto la cosiddetta anti-politica da lui considerata la reazione sbagliata alla sindrome della sfiducia.
IL DIALOGO

La figura a cui si deve guardare, quando si cerca un presidente capace di interpretare il suo ruolo istituzionale per garantire un dialogo costante con i cittadini, è quella – per molti aspetti anche caratterialmente opposta a Napolitano – di Sandro Pertini. Il quale fu – a partire dal ’78, quindi in una stagione drammatica per il nostro Paese – il presidente degli italiani, il presidente dei giovani, il presidente della speranza e del futuro. Questo tratto, questa capacità e volontà di rappresentare i cittadini, di aprirsi al dialogo e di guardare ai giovani come primario vettore di futuro, è un’eredità pertiniana che si rintraccia con chiarezza nel percorso di Napolitano durante il settennato e oltre.
Il miracolo di San Giorgio, il quale negli indici di popolarità ha superato tutti i suoi predecessori anche grazie all’operazione Centocinquantenario dell’Unità d’Italia a cui agli inizi nel 2011 ha creduto soltanto lui, sta proprio in questo. Nella trasformazione di un professionista della politica in figura di riferimento corale di un Paese desideroso di riconoscersi in qualcuno e in qualcosa, in un momento di smarrimento e di crisi. Nella cassetta degli attrezzi del presidente, insieme alla ratio cartesiana e a quel togliattismo che a torto viene ritenuto algido, si è fatto largo il sentimento. Niente a che vedere, naturalmente, con la svenevolezza. Semmai, con la capacità di commuoversi per i morti sul lavoro – ai quali ha dedicato il primo discorso di Capodanno da presidente e vari altri successivamente – e con l’insistenza continua su questo tema che fu una delle molle del suo impegno giovanile e che si è tradotto nel Testo unico sulla salute e la sicurezza sul lavoro (varato nell’aprile 2008) per la cui approvazione Napolitano si è battuto senza risparmio.
Gli italiani, a cui spesso piace specchiarsi in chi considerano diverso da loro, hanno saputo apprezzare la serietà del personaggio. Il quale, una volta, in polemica epistolare con Pietro Ingrao, rivendicò di non aver «mai fatto una battuta in vita mia».
A questa serietà non statuaria, e scoraggiante per i comici (perfino per Grillo che lo ha soprannominato Morfeo ma non é mai riuscito a metterlo in caricatura), si deve forse il fatto che al contrario dei suoi predecessori Napolitano non é diventato oggetto di grande satira. Crozza non lo ha saputo rifare, meglio Fiorello. Ma niente di che. E, più sostanziosamente, su un altro piano, é stato difficile da colpire anche da parte di quei pm i quali addirittura sono andati a raccogliere la sua testimonianza al Quirinale, insieme all’avvocato di Totò Riina, nell’ambito del processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. Quello che poteva diventare un atto di demolizione, ai danni del presidente, si é rivelato se non un boomerang un atto a vuoto che non ha intaccato la popolarità di Napolitano. Anzi, il Paese sembró sgomento di fronte a quell’iniziativa giudiziaria. Più di quella vicenda, poco dopo, a bucare l’immaginario collettivo è stata la scena in cui si vede l’anziano statista il quale, appoggiato al bastone da passeggio, si reca a piedi in una gioielleria di Roma per comprare un regalino alla moglie per il compleanno.
Il presidente pop è quello che ha battuto e ribattuto, mettendosi dalla parte della gente senza mai assecondarne gli umori più eccessivi, sui limiti della politica (un bel capovolgimento rispetto alla cultura di provenienza, quella del Primato della Politica), sulla necessaria autoriforma dei partiti, sull’obbligo per le forze di governo e di opposizione di uscire dall’autoreferenzialità rissosa e paralizzante per mettersi a disposizione degli interessi dei cittadini.
Il codice pop del presidente iper-politico sta appunto in questo sforzo di rilegittimare le istituzioni, prendendosi cura delle critiche provenienti dai cittadini e assumendone le ragioni di fondo. Senza rinunciare però, in cambio di qualche applauso in più, a quelle convinzioni controcorrente che fanno parte del suo Dna: per esempio all’insistenza, davanti a tutti i problemi, sulla ricerca del «compromesso migliore» e del «bene possibile». Il tutto in un quadro – ben sintetizzato nel libro di un autore giovanissimo, Tobia Zevi, «Il discorso di Giorgio» (Donzelli) – nel quale «coesione, solidarietà, responsabilità» sono le parole forti del settennato e «il primo nucleo del lascito concettuale» di questo Capo dello Stato.
CODICE POP

Il Napolitano pop è quello dell’incontro costante con i carcerati in quanto simbolo delle sofferenze che si patiscono per un sistema che non funziona. Alla prima del film dei fratelli Taviani, «Cesare deve morire», nel cinema di Nanni Moretti, il Sacher, i detenuti-attori di Rebibbia hanno accolto Napolitano con un calore che ha fatto impressione ai presenti. Trattandolo con la familiarità di chi sente vicino quel personaggio lontano. E dicendogli: «Presidente, ha fatto più lei, per cercare di migliorare le condizioni delle nostre vite perdute e dimenticate nelle prigioni, di qualsiasi altro politico da quando esiste questa nostra Repubblica». Poi, anche la visita di Napolitano a San Vittore può essere annoverata come una delle scene madri di questi anni, una sensibilità sociale di forte impatto emozionale. Ma priva di eccessi. L’altra sera, per il commiato dal Colle, Napolitano avrebbe potuto usare le parole del suo amato Eduardo in «Natale in casa Cupiello»: «Io me ne vado! Vi lascio a tutti quanti, vi saluto!». Ma un’uscita così sarebbe stata un tradimento all’idea di Italia che il presidente pop, senza riuscirci in pieno, ha cercato di condividere con i suoi connazionali: nessuna teatralità.

Il Messaggero