«I nostri 5 mesi vissuti da incubo ci hanno prese per avere i soldi»

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ROMA Sequestrate per soldi, tenute prigioniere cinque mesi come merce di scambio. Greta e Vanessa lo hanno capito subito che era quella la ragione per la quale erano state rapite. Ai magistrati romani e ai carabinieri del Ros raccontano i giorni della prigionia, quella sensazione di spaesamento, perse in un non luogo, senza avere più la cognizione del tempo. «Perché lo fate?» ricordano di aver chiesto ai sequestratori. E loro: «Per avere un riscatto, i soldi per finanziare la nostra causa». Quanto denaro sia stato versato per la loro liberazione, Greta e Vanessa non lo sanno. Hanno chiaro in mente solo il momento in cui uno del gruppo è andato a prelevarle e ha detto: «Vi stiamo rilasciando, state tornando libere». Poi il viaggio verso il confine, l’emissario del nostro Paese che le prende in consegna, l’arrivo in Turchia, la salvezza. Ora ripetono che non sono state maltrattate, che non hanno subìto torti né soprusi. Che hanno avuto paura, questo sì, «ma non di morire». «Non abbiamo mai pensato che volessero ucciderci», ripetono.
L’ARRIVO
La storia di quei cinque mesi passati tra un nascondiglio e un altro, però, si legge bene sui loro volti quando si apre il portellone dell’aereo che le ha riportate a casa. Hanno la testa coperta dal cappuccio, e Vanessa ha un gesto immediato, istintivo: solleva il foulard che ha intorno al collo e si copre la metà del viso. Greta non alza mai gli occhi da terra e rimane rigida, disorientata, accennando solo un mezzo sorriso al ministro Paolo Gentiloni che le accoglie dopo ore di attesa. La presenza dei genitori sarà di grande aiuto per il ritorno alla vita.
Ieri mattina, poi, le due volontarie sono state portate nella caserma del Ros per essere interrogate, parallelamente. E davanti alle domande dei pm Francesco Scavo e Sergio Colaiocco e del colonnello Massimiliano Macilenti hanno ricostruito le fasi del loro sequestro. «Siamo entrate in Siria a fine luglio – raccontano – passando dalla frontiera turca a pochi chilometri dal campo profughi di Atma. Le sera del 31 eravamo in un villaggio vicino ad Aleppo, ad Abizmu. Dovevamo incontrare una persona». La stessa che avevano conosciuto su Facebook tempo prima, quella che pensavano fosse amica. Invece quel messaggio è una trappola. «Eravamo dentro la casa – è ancora la ricostruzione – quando sentiamo arrivare due macchine. Entrano degli uomini armati, parlano arabo, solo uno di loro qualche parola di inglese. Abbiamo abbassato gli occhi e ci siamo coperte il viso. Se li avessimo visti in faccia – abbiamo pensato – ci avrebbero uccise». Vengono fatte salire sull’auto, portate via bendate, con questi uomini che urlano frasi incomprensibili. Vanessa che mastica un po’ di arabo fatica a capire qualcosa. Quello che segue è una corsa attraverso Aleppo e l’arrivo in una casa, dove ci sono sia uomini sia donne.
I TRASFERIMENTI
Nei loro ricordi ci sono cinque-sei trasferimenti, ma non sanno proprio dire dove si trovassero. «Eravamo sempre bendate durante gli spostamenti, forse cambiavamo anche carcerieri – dichiarano a verbale – ma non li abbiamo mai visti veramente in faccia, perché avevano anche loro il viso coperto». Banditi? Criminali comuni? Terroristi? «Non ci hanno mai toccate, né legate, avevamo una stanza e un bagno a disposizione. Ci lasciavano il cibo fuori dalla porta. Anche nei giorni di Ramadam, quando loro fanno il digiuno. Chi fossero? Non lo sappiamo. Abbiamo avuto la sensazione, però, che dietro a tutto questo ci fosse Jahbat Al Nusra, che ci fosse al Qaeda». Di riscatto e denaro le ragazze, però, chiariscono di non saperne nulla. «Abbiamo capito che c’era in ballo una trattativa – chiariscono agli inquirenti – quando ci hanno chiesto di fare un video e ci hanno spiegato cosa dovevamo dire». Non avete temuto che potessero uccidervi? insistono i pm. «Avevamo paura – ripetono – ma non abbiamo mai pensato che potessimo morire». A filmare il video è stato uno del gruppo, ha scritto lui il foglietto con la data del 17 dicembre 2014 che teneva in mano Vanessa. «Noi non sapevamo proprio che giorno fosse, tantomeno dove ci trovassimo, avevamo perso completamente la cognizione del tempo», ribadiscono.
IL VOLONTARIATO
I magistrati fanno loro ripetere come mai avevano deciso di andare in Siria. E Vanessa e Greta non riescono a nascondere la grande passione per quel paese. «Volevamo portare aiuti umanitari, volevamo stare vicino alla gente che soffre». Con loro, il giorno dell’arrivo ad Aleppo c’era un giornalista de “Il Foglio” che però è riuscito a mettersi in salvo e a fuggire. E poi c’era quell’uomo che ha fatto da tramite con la onlus “Horryaty”, l’associazione di volontariato per la quale avevano scelto di combattere la battaglia di solidarietà. Lo stesso che probabilmente le ha tradite. Gli 007 italiani ritengono che il sequestro sia stato opera di alcuni membri del Jaish al-Mujahideen, sigla che racchiude una decina di gruppi islamisti (alleati del Free Syrian Army, l’esercito siriano libero), una forza amata che combatte contro il governo di Bashar al-Assad. Le due volontarie sembrano aver capito che, comunque, sebbene non gestisse direttamente il loro rapimento, una super protezione ai carcerieri sia stata garantita da Al Nusra, dunque da al Qaeda. Viene da chiedersi a chi andranno veramente i soldi del riscatto, se si crede a quanto riferiscono le fonti vicine ai ribelli siriani, e cioè che l’Italia abbia pagato 12 milioni di dollari per riavere indietro le due cooperanti.
Greta e Vanessa concludono l’interrogatorio dopo quattro ore. Non sono mai state separate durante la prigionia, i pm le hanno sentite in tempi distinti. I familiari le prendono in consegna, è venuto il momento di ricominciare a vivere. A casa arriveranno oggi. Ieri sera hanno preferito rimanere nella Capitale, forse perché ha vinto la stanchezza. Ad accoglierle ci sarà un comitato di parenti e amici cari che sono sempre stati vicini a genitori e fratelli in questi mesi di agonia.
IL RITORNO IN SIRIA
«È stata dura, una prigionia difficile – alla fine ammettono – ma ci hanno sempre dato quello che abbiamo chiesto, anche dei medicinali di cui una volta abbiamo avuto bisogno». Per queste due ragazze piene di sogni e speranze, la Siria rimane nel cuore, qualcosa impossibile da dimenticare. «Pensate di tornare in Siria a fare volontariato?», chiedono i magistrati fuori dal verbale, poco prima di cominciare l’interrogatorio. Vanessa e Greta sono in stanze diverse, fanno racconti simili ma molto personali. Alla domanda, però, rispondono senza dubbio: «Vogliamo tornare a fare volontariato, è la nostra vita. La Siria? Difficile rinunciarci».

IL MESSAGGERO