I dissidenti dell’art 18 rischiano «Valutare l’ipotesi di espulsione»

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Rischiano grosso adesso i tre dissidenti del Pd che non hanno votato la fiducia al governo sul jobs act. Per Ricchiuti, Casson e Mineo si prospetta se non proprio l’espulsione, qualcosa che le somiglia da vicino. E’ stato Matteo Renzi in persona a porre il problema nella riunione di segreteria delle 8. «Qui non è questione di dissenso o di persecuzione del medesimo, quello che pongo è un problema politico preciso, si può far finta di niente davanti a tre parlamentari che non votano la fiducia al governo guidato dal proprio segretario?». E più tardi il vice segretario Lorenzo Guerini aggiungeva e spiegava: «In quel modo si mettono in discussione i vincoli di relazione con la propria comunità politica. Ne discuteremo pacatamente e serenamente».
L’ELOGIO DI TOCCI

Renzi ha fatto l’elogio di Walter Tocci, proprio per contrapporlo ai tre quasi reietti: bravo Tocci che, pur in forte dissenso nel merito, ha però votato la fiducia, «ora spero che ci ripensi, e torni sulle dimissioni»; i tre invece rischiano tanto. Al vertice renziano si è valutato che se si lascia correre un episodio del genere, si aprono le porte anche alla Camera per chissà quanti dissensi incontrollati, «visto che a Montecitorio i numeri sono più sicuri che succede, che in venti o trenta si mettono a non votare la fiducia, così passiamo dal partito liquido a quello anarchico?», la tesi di alcuni renziani con l’elmetto. E poi, ha ironizzato pesantemente Roberto Giachetti all’indirizzo di Corradino Mineo, «come è possibile che proprio i sostenitori del partito pesante si mettano ora a teorizzare che si può non votare la fiducia al governo guidato dal proprio leader?». E in effetti già i vari Fassina e Civati annunciano battaglieri «alla Camera voteremo contro il Jobs act», visto che, tornano a sostenere, «l’abolizione dell’articolo 18 non era nel programma né di governo né delle primarie». «Con queste tesi, chi come me è stato eletto con Veltroni, quando poi nel partito è arrivato Bersani con tutt’altro programma, che avrebbe dovuto fare, incrociare le braccia e dire no a tutto?», replica Paolo Gentiloni, altro renziano da combattimento. Come si procederà? Se la strada appare segnata – la simil espulsione – il modo di arrivarci non è stato ancora approntato nei dettagli. Dovrebbe essere così: la direzione del 20 ne discuterà e sanzionerà, ma non formalizzerà nulla, sarà poi il gruppo del Senato a esprimersi, ma non con la formula dell’espulsione, quanto della «presa d’atto» che i tre, non votando la fiducia, si sono posti automaticamente fuori.
Renzi si è mostrato alquanto soddisfatto per come sono andate le cose al Senato, non tanto e non solo per il fronte interno di partito, quanto anche per le opposizioni, divise pure loro, «il voto ha segnato una evidente frattura nel M5S», ha sottolineato il leader, traendone ulteriore convinzione che la legislatura può procedere, che non ci sono motivi né elementi per affrettarne la fine, tutt’altro. Il segretario vuole preparare bene la direzione del 20 sul partito, talché la segreteria si riunirà appositamente un momento prima per mettere a punto la strategia.
LA MANIFESTAZIONE CGIL DEL 25

Tutt’altro clima dalle parti delle minoranze dem. Il day after del voto al Senato, con le minoranze divise in quattro tronconi (voto a favore; non voto; sì solo per disciplina; sì fifty fifty) ha portato riflessioni più o meno definitive. La prima e più importante è che la più volte evocata scissione appare ormai relegata in soffitta. Spiega la cuperliana Barbara Pollastrini: «Noi la nostra battaglia la facciamo dentro il partito. A Renzi e a un Pd al 41 per cento servono una sinistra come la nostra». Chi viene dato in uscita non imminente ma in prospettiva è Pippo Civati, del quale si dice essere già in pista per approdare dalle parti di Sel dove farebbe ticket con Vendola. In caduta libera le quotazioni di Landini leader, dopo l’annuncio di occupazioni delle fabbriche manco fosse Gramsci del biennio rosso, mentre la manifestazione Cgil del 25 rischia di trasformarsi in un raduno di minoranza dem. La conferenza alla Camera di Thomas Piketty, autore di ”Il capitale del XXI secolo”, è stata poi l’occasione per il ritrovarsi della cosiddetta vecchia guardia: c’erano tra gli altri Bersani, D’Alema, Camusso, Reichlin, Epifani, con i più giovani Fassina, Speranza, Cuperlo, Boccia, tutti lì ad ascoltare le tesi del giovane autore francese, ex consigliere di Ségolène Royal, che sull’aumento delle «ineguaglianze» ha centrato gran parte del suo ponderoso volume.

Il Messaggero