Hamas rifiuta la tregua Israele riprende con le bombe

GAZA

Cessate il fuoco sì, no, forse. La diplomazia continua a parlare con le bombe e i razzi creando nuova incertezza e il rischio di un allargamento del conflitto. Netanyahu e il suo governo, nonostante l’esortazione di due suoi ministri a invasione e rioccupare la “striscia”, hanno accettato la proposta egiziana di fermare lo scontro armato e negoziare una nuova tregua. Hamas, per bocca della sua ala militare, ha scelto di continuare a sparare contro il territorio israeliano. «Vogliamo capire meglio – la spiegazione fornita da un dirigente del movimento islamico – quali saranno i termini dell’accordo che dovrebbe riportare la calma a Gaza». Il premier israeliano mette in testa alle sue domande la smilitarizzazione della “striscia”, ossia la distruzione dell’arsenale missilistico di Hamas e della Jihad islamica. Una richiesta che, in questi termini, non può certo trovare un partner nelle milizie che stanno combattendo contro Israele e che escono fortemente indebolite, militarmente e politicamente, da questo scontro.
La tregua doveva scattare ieri mattina ma, sei ore dopo, Netanyahu ha dato l’ordine di rispondere ai razzi e missili in arrivo da Gaza su tutto il paese, e che hanno provocato danni e la prima vittima civile, un uomo che alla frontiera con Gaza stava rifornendo i militari con pranzi al sacco. Il rifiuto di Hamas ha permesso a Netanyahu di rivendicare la «legittimità internazionale» per le operazioni militari israeliane. Prima di entrare ieri sera in una nuova riunione animata del consiglio di sicurezza nazionale, si è rivolto agli israeliani per far capire, senza fare nomi, che non intende cedere alle pressioni di alcuni suoi ministri.
CACCIATO DAL GOVERNO 
Poche ore prima, il responsabile degli Esteri, Avigdor Lieberman aveva sollecitato Israele «ad andare fino in fondo» e «controllare l’intera striscia di Gaza». La sua critica della linea cauta di Netanyahu è palese. «È chiaro – ha poi affermato – che Hamas userà ogni cessate il fuoco per fabbricare nuovi razzi e fare entrare clandestinamente altri esplosivi». Il premier, almeno per ora, non vuole riportare Israele a rioccupare Gaza. Ed è pronto a licenziare anche chi, alla sua destra, lo accusa di essere debole. A sorpresa ha cacciato dal governo il vice ministro della Difesa Dany Danon, esponente del suo stesso partito (Likud) che aveva criticato il sostegno israeliano all’iniziativa egiziana.
TRE STATI PER DUE POPOLI
Netanyahu ha nella mente un progetto che va molto oltre una semplice tregua. «Tre stati per due popoli» scrive un quotidiano di Tel Aviv spiegando che il leader israeliano è pronto a negoziare con Hamas per arrivare a quella «calma duratura» che lui considera l’unica cosa raggiungibile oggi e, probabilmente, per molti anni a venire. Gaza tranquilla, assistita economicamente dalla comunità internazionale e come entità semi-indipendente sotto il controllo militare israeliano affiancherebbe, da lontano e senza collegamenti territoriali, l’altro stato palestinese su una parte della Cisgiordania occupata. Con le medesime regole e mancanza di libertà previste, nella mente di Netanyahu, per Gaza. 
Non è chiaro se la proposta, in questi termini, è stata inoltrata al presidente egiziano che ha convocato le parti al Cairo per discutere un’eventuale tregua. Nella capitale egiziana è in arrivo il presidente palestinese. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha accolto con entusiasmo la proposta di tregua, ha un buon rapporto con il presidente egiziano che ignora la leadership di Hamas, e vuole approfittare della crisi per guadagnare credibilità nel mondo palestinese che lo giudica troppo debole e tollerante nei confronti dell’atteggiamento di Netanyahu che, nei fatti, dimostra di non considerarlo un possibile partner per la pace.
«Nel giro di un paio di giorni, secondo gli analisti israeliani, Hamas si fermerà. È troppo isolato e debole». Netanyahu vuole aspettare. Per eliminare l’arsenale missilistico delle milizie, spiega un alto ufficiale, l’«esercito ha bisogno di una settimana, forse due». Non molto ma «non possiamo rischiare di cominciare qualcosa e non aver il tempo per raggiungere l’obiettivo prefissato».

Il Messaggero