Gli Usa ai terroristi «Vi distruggeremo» E ora l’Isis minaccia anche la Russia

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Un anno fa, sia Barack Obama che David Cameron furono sconfessati dai loro parlamenti, quando proposero di intervenire in Siria. Ma l’atmosfera è mutata. Dopo le barbare esecuzioni dei due giornalisti americani e con il rischio che la terza vittima sia un inglese, l’opinione pubblica americana e britannica ora vuole che si agisca contro l’Isis, la rete islamica che ha catturato la Siria orientale e l’Iraq occidentale. Negli Stati Uniti, la stessa opinione pubblica che voleva il disimpegno dal Medio Oriente, ora critica Obama perché «troppo cauto», e anzi con uno schiacciante 73 per cento si dice preoccupata «per la mancanza di una strategia» davanti all’avanzata dell’esercito islamico. Arrivato a Tallinn, in Estonia, prima tappa del viaggio europeo che lo porterà al summit Nato oggi, Barack Obama ha dunque presentato come prima cosa ieri proprio un sunto della strategia antiterrorismo che sta prendendo forma: «Insieme alla comunità internazionale – ha esordito – possiamo continuare a restringere la sfera di influenza di Isis, la sua efficacia, i suoi finanziamenti, le sue capacità militari». Il presidente ha aggiunto: «Il nostro obiettivo è chiaro, neutralizzare e distruggere l’Isis in modo che non rappresenti più una minaccia, non solo per l’Iraq, ma anche per la regione e per gli Stati Uniti». E ha assicurato: «Non ci faremo intimidire. Faremo giustizia». Ma – confermandosi “obamiano” anche davanti ai sondaggi che lo criticano – il presidente ha tuttavia insistito che non ci sono rimedi immediati, che «ci vorrà tempo» e che la soluzione migliore è che in Iraq si realizzi un governo di unità nazionale che tolga a Isis il supporto della popolazione sunnita.
UN ANNO DOPO

Davanti alle voci sempre più isteriche che invocano immediate reazioni, punizioni esemplari eccetera, le parole di Obama potranno sembrare al solito caute e fredde. Ma tutto cambierebbe se alla Nato e all’Onu il presidente riuscisse a costruire la coalizione internazionale di cui tanto parla. Un anno fa di certo non ci era riuscito: per le resistenze russe, all’Onu ottenne solo un accordo per la distruzione delle armi chimiche in possesso del dittatore siriano Bashar al Assad. Ora le cose sembrano diverse: prima di tutto, lo stesso Putin è caduto nel mirino dell’Isis che promette di “detronizzarlo” per il sostegno che ha dato ad Assad, e poi vari Paesi europei hanno già lavorato al fianco degli Usa contribuendo alle missioni umanitarie in Iraq, e vari invieranno armi in soccorso sia dei curdi che del governo di Bagdad. 
L’ITALIA

Anche il nostro premier, Matteo Renzi, si augura con forza che il piano dell’alleanza interazionale abbia successo: «Spero che già nel vertice Nato ci sia la consapevolezza di intervenire in Siria ed Iraq in modo sempre più deciso, perché non è possibile pensare di assistere a un genocidio come quello in atto» ha detto Renzi in un’intervista prima di partire per Cardiff. Contemporaneamente, anche noi italiani stiamo contribuendo al riarmo iracheno: il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha confermato che c’è una copertura finanziaria di 1,9 milioni di euro per l’invio delle armi dall’Italia in Iraq. Parte delle munizioni deriva dalle eccedenze del materiale nazionale, parte viene prelevato dal ricco carico che nel 1994 venne confiscato nella nave Jadran Express, appartenente a trafficanti di armi che stavano tentando di violare l’embargo allora imposto sulla Jugoslavia. Il ministro Pinotti ha precisato che le armi della Jadran Express «sono perfettamente funzionanti».

Il Messaggero