Gli israeliani alle urne Netanyahu in affanno maggioranza a rischio

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Piazza Rabin, a Tel Aviv, è il luogo simbolo di uno scontro politico e sociale che dopo l’assassinio del premier laburista che aveva osato un tentativo di pace con i palestinesi, vede Israele sempre più frantumato. «Tutti meno che Bibi», (il nomignolo del premier) gridavano sere fa decine di migliaia di persone alla ricerca di un cambiamento. Ieri sera, a due giorni dal voto anticipato del 17 marzo, sulla stessa piazza Netanyahu di fronte a 15mila tra coloni e militanti della destra estrema, ha lanciato un grido d’allarme: «La sinistra potrebbe vincere». Sarebbe la fine, per lui, di Gerusalemme unita e degli insediamenti. Paradossalmente non saranno le questioni sociali ed economiche o il futuro dei rapporti con i palestinesi a determinare l’esito del voto che si è trasformato in un vero referendum sulla personalità del premier.
È stato il momento, un paio di giorni fa, in cui Bibi ha confuso il nome di un suo rivale politico con quello di un possibile alleato che per la prima volta Israele ha sentito in affanno il suo premier di lungo corso. L’uomo, che da sempre ha dato più importanza al modo di comunicare il proprio messaggio che al messaggio stesso, è in difficoltà. Risulta in testa agli ultimi sondaggi il laburista Herzog, leader dell’Unione sionista, una nuova coalizione di centro-sinistra che come altre formazioni minori sono a caccia di chi vorrebbe un volto nuovo uscire da un panorama abbastanza piatto rispetto alla vecchia generazione dei padri della patria. Netanyahu è in politica dal 1988. Ha alle spalle nove anni come premier. Ha perso carisma. È stanco. E, come scrive il quotidiano Yediot Aharanot, ha di fronte un uomo energico, «una persona che unisce invece di dividere, pieno di valori che formano un leader».
VENTICINQUE LISTE
Per cercare di comprendere la complessità del sistema politico israeliano bisogna pensare alla prima Repubblica italiana. Gli israeliani sono quasi sei milioni. Alle urne si presentano 25 partiti dei quali, a giudicare dagli ultimi sondaggi non più di 11 potranno superare la soglia elettorale. Se si considera che il Likud e l’Unione sionista (in testa) stanno gareggiando intorno ai 24 seggi ciascuno, si può capire come il prossimo governo (come per il passato) sarà frutto di una coalizione più o meno vasta. E, dunque, di un souk dove scambi di favori spesso saranno più importanti delle convergenze ideologiche, religiose o sociali.
IL DIVARIO TRA RICCHI E POVERI
Herzog potrà essere un anti-Netanyahu vincente?, si chiedeva ieri Haaretz per il quale la presenza nella coalizione di Tzipi Livni, in passato legata politicamente all’attuale premier, è importante in un momento in cui parte dell’elettorato vuole un’alternativa alla destra non troppo spinta a sinistra. Anche se il leader del centro-sinistra ottenesse il mandato di formare il governo non gli sarà facile mettere insieme almeno 61 seggi dei 120 della Knesset. Il parlamento risente della realtà socio-politica del paese. I partiti religiosi si daranno al migliore offerente ma c’è chi nella galassia del centro-sinistra non accetterebbe di sedere con loro. Poi c’è la coalizione di partiti arabi che rifiuta di far parte di un governo. E, d’altra parte, nessun leader affronterebbe un processo di pace senza una maggioranza ebraica.
La questione palestinese, comunque, non è sull’agenda. Il caos che regna nei paesi arabi che circondano Israele l’ha relegato in fondo alle priorità di un popolo preoccupato per il crescente divario tra ricchi e poveri e da sempre focalizzato sulla propria sicurezza. Il tasto magico sul quale continua a scommettere Netanyahu.

Il Messaggero