Gli All Blacks dopo il trionfo: sono la miglior squadra di sempre

ALL BLACKS

Nessuno come loro. Gli All Blacks che ieri hanno vinto la terza coppa del mondo di rugby della propria storia e la seconda consecutiva possono davvero essere considerati la migliore squadra di sempre. Primo perché mai nessuno prima di loro aveva raggiunto un simile risultato e secondo perché nei numeri di alcuni suoi giocatori si leggono solo record. Certo è difficile fare paragoni con squadre del passato ed epoche diverse del rugby, nessuno potrà però negare che la Nuova Zelanda che ieri allo stadio di Twickenham a Londra ha superato l’Australia per 34 a 17 ha una marcia in più.

Qualcuno per loro ha proposto il soprannome “Incredibili”, dopo gli “Originals” del 1905, gli “Invincibili” del 1924 e gli “Inaugurals” del 1987, una definizione che non sfigura e che, al di là di possibili opinioni divergenti, li pone comunque nella storia – seppur giovane – della Nuova Zelanda. E che dire di Richie McCaw e Dan Carter, due giocatori che in maglia nera la storia l’hanno fatta e potrebbero continuare a farla. Almeno McCaw. Con 148 presenze in Nazionale, 111 da capitano e 22 ai mondiali, il flanker trentacinquenne sembra non averne ancora abbastanza. “Per essere onesto non voglio che finisca”, ha dichiarato nel pieno della festa mondiale. “Per ora faccio ancora parte di questa squadra”, ha spiegato, rimandando ogni decisione sul suo futuro al ritorno a casa.

Insomma, appendere gli scarpini al chiodo quando si è il primo e unico giocatore al mondo ad aver alzato a quattro anni di distanza la Webb Ellis Cup sembra più difficile del previsto. Quattro anni però che sembrano ancora più distanti se valutati sulla base dei sentimenti provati. Nel 2011 la Nuova Zelanda ha ospitato i mondiali e sembrava condannata a vincere più che destinata a farlo, infatti, battere la Francia nella finale dell’Eden Park di Auckland, ha ricordato il capitano “è stato più un sollievo”, mentre questa volta c’è stata “la soddisfazione per il risultato raggiunto”. “Credo che Richie McCaw sia il più grande All Black che abbiamo mai avuto e Dan Carter sia secondo a breve distanza”, è stato il riconoscimento di Steve Hansen, allenatore degli All Blacks, verso due dei suoi più grandi campioni, sottolineando che forse la differenza tra i due la fa il ruolo di McCaw, che è terza linea e questo, per Hansen, mette una pressione a livello fisico che nessuno dovrebbe reggere per 148 caps. Eppure, il suo capitano c’è riuscito e potrebbe andare ancora oltre.

La tentazione di definirlo un eroe dello sport è forte. La parola però sembra non piacere al capitano dei campioni del mondo. “Non è questione di essere un eroe ma di fare il tuo lavoro”, ha candidamente affermato, come se il suo lavoro non gli avesse appena permesso di trasformarsi in una leggenda vivente. A proposito di leggende, una storia che sembra destinata a diventarla è quella del giovane tifoso della Nuova Zelanda che durante il giro d’onore della squadra è riuscito a sfuggire agli uomini della sicurezza di Twickenham, per andare ad abbracciare il suo giocatore preferito, Sonny Bill Williams. Il centro degli All Blacks prima lo ha salvato dal placcaggio di uno steward e poi gli ha regalato la medaglia d’oro appena ricevuta.

Nello spiegare il gesto ha detto che il ragazzino, il quattordicenne Charlie Lines, l’avrebbe sicuramente apprezzata, che magari racconterà questa storia ai suoi nipoti e quindi meglio a lui che “appesa da qualche parte in casa”. Forse sono anche gesti come questi che contribuiscono a rendere una squadra quella che è: eccezionale e non “i grandi orchi cattivi come ogni tanto ci considerano i media”, ha dichiarato ancora Steve Hansen, secondo il quale in fondo gli All Blacks non sono altro che “persone normali che sanno giocare a rugby abbastanza bene”. Magari a questo punto il ct si è fatto prendere da un eccesso di modestia. L’appuntamento con i prossimi mondiali è al 2019 per l’edizione che sarà ospitata da Giappone, dove molti campioni scesi in campo ieri sera non ci saranno, tuttavia, per Hansen la cosa non sembra rappresentare un problema: “Molti giovani avranno ora l’opportunità di tentare di fare meglio”. La sfida è stata lanciata e l’allenatore dell’Australia, Michael Cheika, l’ha già raccolta: “Dobbiamo continuare ad allenarci, a giocare, a provarci, dobbiamo continuare a crescere”, anche perché, ha aggiunto: “Abbiamo appena iniziato”. E iniziare da una finale mondiale è un buon punto di partenza.

Il Sole 24 Ore