Giovani, calcio e violenza: l’importanza dell’educare

violenza stadio

Calcio e violenza è un binomio che fa discutere, preoccupa e sorprende. E’ una combinazione che seduce soprattutto quella fetta di adolescenti ansiosa di sentirsi finalmente protagonista. I giovani sono affamati di modelli di riferimento, ma spesso ne sono carenti o privi, in famiglie sempre più disgregate o incapaci di offrirne di solidi. Ecco allora che si fa strada il bisogno di “surrogati”. Per molti adolescenti, la fede incondizionata verso una squadra di calcio, rappresenta una sorta di compensazione che trova la sua massima espressione attraverso nuove forme aggregative che possano fornire loro un’identità all’interno del gruppo.

I tifosi che appartengono a gruppi organizzati sono generalmente chiamati ultras e nell’immaginario collettivo rappresentano la mela marcia del mondo pallonaro. E’ doveroso precisare che ultras non è automaticamente sinonimo di violenza. Gli ultras, sono tifosi che seguono in modo costante la proprio squadra del cuore, sono affiliati a un gruppo riconosciuto dalla società, hanno un proprio sistema di valori, una propria ritualità e un peculiare modo di vivere lo stadio. Non dobbiamo dimenticare che i gruppi ultras rappresentano ancora oggi una delle componenti più importanti del mondo del calcio. In alcuni casi essi, però, si discostano dalla matrice da cui erano originariamente scaturiti (il desiderio di fornire un sostegno alla squadra del cuore), per imboccare la strada dell’antagonismo violento e dello scontro ad ogni costo con il “nemico”. Alle curve si avvicinano anche molti giovanissimi, ma con motivazioni spesso superficiali o alla ricerca di emozioni forti. Gli elementi più violenti del gruppo, che cercano lo scontro fisico a tutti i costi con l’altra tifoseria, per ragioni sportive o sempre più spesso politiche, esercitano un forte ascendete nei confronti delle personalità più fragili e malleabili. E’ innegabile: oggi il calcio è uno sport in cui convergono tendenze conflittuali della società che in esso si radicalizzano. Il football assume, così, nuovi significati e il tifo non è più goliardia: il terreno è fertile per far germogliare il seme della violenza.

Di chi è la colpa? Della società in cui i giovani non si riconoscono più, dei calciatori che esasperano gli animi dei tifosi con comportamenti scorretti dentro e fuori lo stadio, dei giornalisti, o meglio di pseudo giornalisti, che troppo spesso parlano di calcio con toni irritanti e aspri, della televisione che ha allontanato dagli stadi le famiglie, oppure del calcio in generale diventato ormai un grande business? Forse è proprio la commistione di tutti questi fattori a favorire episodi di violenza trasversali: dalla Seria A alle categorie minori. Alcuni esempi. L’11 dicembre 2013, in occasione dell’incontro di Champions fra Milan e Ajax, Milano è stata attaccata da centinaia di ultras olandesi ubriachi sei di essi sono stati poi accoltellati da frange di pseudo tifosi rossoneri. Il 23 marzo, a fine primo tempo di Giugliano – Virtus Volla, valida per il campionato campano di Eccellenza, la rabbia dei tifosi della squadra di casa è esplosa contro i giocatori ospiti che sono stati violentemente aggrediti. Il 6 aprile scorso, prima della gara di I categoria Virtus Goti – Real Cominium, le due tifoserie sono per così dire ‘entrate in contatto’.

L’ultimo episodio di violenza risale al match tra Fiorentina e Roma: sei ragazzi tra i 18 e i 30 anni hanno cercato di assalire le auto e i pullman dei tifosi giallorossi: i supporter viola, se la sono presa anche con gli agenti di polizia (tre feriti tra le forze dell’ordine), lanciando contro di loro pietre, bottiglie rotte e spranghe. L’aggressività è qualcosa che tutti noi abbiamo dentro, coincide con la forza vitale che serve per difenderci, per fronteggiare le minacce, ma non necessariamente deve trasformarsi in violenza. Questa forza vitale, questa ‘aggressività’, può essere incanalata e trasformata in grinta, impegno, voglia di fare, creatività. Il fatto che possa sfociare anche in violenza dipende dal contesto naturalmente, ma anche dal tipo di educazione che un giovane ha ricevuto. Ecco allora che il ruolo della famiglia e delle Istituzioni diventa di fondamentale importanza. I giovani vanno aiutati a gestire la loro aggressività per trasformarla in energia positiva, prevenendo qualsiasi forma di violenza, anche quella legata al gioco più bello del mondo.

Gianluca Di Bella