Germania-Argentina, la notte dei re

MONDIALI

Il Mondiale si conclude al Maracanà con Germania-Argentina che non era la finale più gettonata tra quelle probabili ma è la più giusta. L’Argentina ha il giocatore più forte del mondo, la Germania nell’ultimo mese ha dimostrato di esserlo come collettivo: dunque si affrontano due eccellenze, cosa che non sempre succede nei Mondiali in cui si arriva in fondo anche con la fortuna di aver infilato il corridoio meno impegnativo. Questa volta non è stato così. Non c’è squadra che avrebbe meritato la finale più di queste due: persino l’Olanda, che si rammarica di esserne stata esclusa dai rigori, è stata un gradino sotto agli argentini nella semifinale come in tutto il torneo, giocando un calcio avaro che non era il suo. Quanto al Brasile, lo aspettavamo qui. Il dubbio semmai riguardava chi avrebbe affrontato la Seleçao nel suo tempio. Non vederla toglie allegria, musica e colore, ci mancherà l’effetto scenico ed emotivo nello stadio riempito dai brasiliani, come l’anno scorso quando batterono la Spagna nella Confederations Cup. Ma, riguardando le immagini del 7-1 con i tedeschi o della vittoria ai rigori sui cileni o dell’esordio con la Croazia punita da un furto, non c’è un motivo per cui il Brasile avrebbe dovuto giocarsi il titolo.

È una finale diversa dalle ultime. Dopo 12 anni di dominio esclusivo, il calcio europeo è di nuovo sfidato dal Sudamerica, come nel 2002 quando vinse il Brasile. Anche allora c’era la Germania e la capacità straordinaria che i tedeschi hanno dimostrato nel mantenersi in prima fila, arrivando nel frattempo a due semifinali, è tra i motivi per cui il Dio del pallone li dovrebbe premiare. Negli ultimi tre giorni Rede Globo, la tv più importante in Brasile, ha trasmesso almeno una dozzina di volte il servizio che aveva realizzato in Germania prima del Mondiale: ha spiegato ai brasiliani, ancora sotto choc, da cosa era nata la sconfitta più umiliante della loro storia. Quali sono le strutture. Qual è l’organizzazione. Quale è stata la cura dei tedeschi nel riformare la crescita dei giovani, addestrandoli a diventare i giocatori di qualità che vediamo. La descrizione di un calcio che punta tutto sulla forza fisica è l’ennesimo esempio di impigrimento mentale di chi viaggia per stereotipi. In Europa lo sapevamo da qualche anno.

I brasiliani lo hanno appreso adesso e potrebbe toccare agli argentini che sono gli outsider della finale nonostante non sia mai successo che il Mondiale giocato nel continente americano sia andato a chi americano non è. In un campionato lungo una stagione la Nazionale tedesca vincerebbe il titolo per distacco, ora che gli spagnoli devono ricostruire la squadra padrona dal 2008 a oggi: sono la squadra che gioca più da squadra, favorita dal blocco di un club, il Bayern, come lo fu il Barcellona vestito da Spagna in Sudafrica o l’Italia molto juventina del 2006. In una partita secca non c’è uguale certezza, l’atteggiamento e gli episodi possono cancellare per una sera le differenze. L’Argentina è il tipo di avversario che i tedeschi possono soffrire benché 4 anni fa l’abbiano battuto 4-0 nei quarti. La Germania aveva i giocatori che ha adesso (erano in campo 9 degli 11 titolari al Maracanà), era una squadra rampante che vedeva davanti a sè un grande futuro che oggi si può concretizzare. Anche nell’Argentina ci saranno molti reduci di quella partita, da Messi a Mascherano. L’esperienza li renderà più attenti, immaginiamo anche più cattivi e decisi. E Messi, nonostante il calo delle ultime prove, ha cavato in Nazionale i colpi che gli riuscivano nel Barcellona. Per la necessità di centrare una prova tosta non crediamo che Sabella risolva l’unico dubbio di formazione, affidandosi dall’inizio a Di Maria che una settimana fa si stirò. Un altro allenatore argentino, Simeone, rischiò il convalescente Diego Costa nell’ultima finale di Champions ma dopo 9’ dovette sostituirlo e l’Atletico perse un cambio che gli mancò nei supplementari. Qualcuno dovrebbe ricordarlo a Sabella.

La Stampa