Gay e divorziati il Sinodo si spacca voto finale a maggioranza

PAPA

Papa Bergoglio è esausto ma contento. Molto contento. Dopo un pomeriggio di fuoco si è allontanato dall’aula sinodale ringraziando di cuore i giornalisti per avere riportato ogni posizione, ogni indiscrezione, per avere alimentato il dibattito, per avere contribuito a fare riflettere. Può dirsi davvero appagato Papa Bergoglio: la porta di quella Chiesa accogliente, descritta come un «ospedale da campo», inginocchiata sui feriti, i caduti, gli ultimi, è restata aperta. E’ il suo risultato più grande e straordinario. Forse l’anno prossimo si spalancherà definitivamente su gay e divorziati.
LA LINEA È TRACCIATA
Per ora la linea è tracciata. La maggioranza dei padri sinodali lo ha ascoltato e aiutato. Il testo finale votato ieri pomeriggio con le modifiche proposte nei circoli minori, ha tenuto conto delle aspettative dei conservatori. Le rivoluzionarie novità sui omosessuali e divorziati risposati che figuravano nel testo provvisorio di lunedì scorso dovranno attendere tempi migliori. Chissà.
Intanto è già un successo, date le premesse della vigilia. Tre articoli su 62 non hanno ottenuto i due terzi dei voti, bensì la maggioranza qualificata, il che significa che il cammino di rinnovamento è e resta in corso. Il resto si vedrà col prossimo Sinodo. «Abbiamo un anno di tempo per maturare le idee proposte e trovare soluzioni concrete». Eppure, come ha ammesso onestamente il Papa in un discorso che ha strappato una standing ovation di dieci minuti, vi erano ben quattro spinte problematiche.
LE QUATTRO «TENTAZIONI»
Lui le ha chiamate “tentazioni”. Quella “dell’irrigidimento ostile” che vedeva impegnati a remare contro i vescovi portati a chiudersi «dentro lo scritto senza lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese, lo spirito». Zelanti, scrupolosi, «tradizionalisti e intellettuali».
La seconda tentazione era quella del «buonismo distruttivo, in nome di una misericordia ingannatrice che fascia le ferite prima ancora di curarle». Insomma quei padri sinodali eccessivamente progressisti e liberali. La terza tentazione era di «trasformare la pietra in pane, per rompere un digiuno lungo e pesante, e di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati». Non lo ha detto, ma forse, chissà se con quelle parole pensava anche ai gay e ai divorziati risposati.
Infine, la quarta tentazione individuata per descrivere le varie anime dei pastori rifletteva la tentazione di scendere dalla croce «per accontentare la gente, e piegarsi allo spirito mondano, invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio».
Papa Bergoglio ha invitato a non avere paura. La diversità, in fondo, è una risorsa preziosa. «Le tentazioni ci sono ma non ci devono sconcertare e scoraggiare. Nessun discepolo è più grande del suo maestro. Se Gesù è stato tentato, i suoi discepoli non devono attendersi un trattamento migliore». Il messaggio è emerso chiaro. Il Papa per primo non ha esitato a mettersi in gioco, a dire che anche lui ha «sbagliato» nel definire il modo corretto per andare incontro ai lontani, a chi ha perso la fede, a chi si è sentito emarginato perché omosessuale.
«Ho sbagliato, ho detto di accogliere le pecorelle smarrite, con paternità e misericordia». Bergoglio si è corretto, ha spiegato che voleva dire «di andare a trovarle». Bisogna percorrere le periferie esistenziali, dove ci sono i luoghi più oscuri e complicati. Del resto, lo ha detto già altre volte, non vuole che i suoi parroci mettano i bigodini alle pecore nel recinto, semmai desidera assistere ad un tragitto meno facile. E’ la Chiesa dalle porte aperte. E lui , il Papa, resterà, ha aggiunto, «il vero garante e promotore dell’unità e del’armonia della Chiesa».
I CONSERVATORI
Un messaggio soprattutto per i conservatori. L’assemblea che ha votato 62 punti, otto in più rispetto ai criticatissimi 54 articoli del documento iniziale che aveva spaccato in due come un melone l’assemblea, è restata unita. Frutto di una mediazione, di una riscrittura nelle parti. Sicuramente ha aiutato il confronto libero, senza briglie, non condizionato, non precotto. Sono anche volate scintille, ma la parola chiave per capire cosa è accaduto davvero in queste due settimane di lavoro tra i 182 padri sinodali è la trasparenza. Una chiarezza inedita, perché per la prima volta il Papa ha autorizzato la pubblicazione di tutto, compreso i voti di ciascuno dei 62 articoli.
Sfogliando la relazione si capisce bene dove si sono manifestate le maggiori resistenze ai cambiamenti. Il punto 52, per esempio, sui divorziati risposati è stato bocciato da 74 padri sinodali. Un bel numero. Il punto 53, sempre sulla comunione (stavolta sulla comunione spirituale), ha ottenuto 64 voti contrari. Infine il terzo articolo aveva al centro la realtà delle famiglie omosessuali (118 a favore e 62 contrari). Le differenze tra il documento finale e quello transitorio sono macroscopiche. Sui gay, per esempio, non si dice più che hanno «doti e qualità da offrire alla comunità cristiana», né che «le unioni gay» possono costituire un esempio positivo nei casi in cui il “mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”. La formulazione finale (al punto 56) denuncia le pressioni da parte degli organismi internazionali che vogliono condizionare gli aiuti finanziari ai Paesi poveri chiedendo leggi a favore del matrimonio gay. La segnalazione è arrivata dagli africani che senza peli sulla lingua hanno riferito «di un pressing inaccettabile». Molti vescovi commentavano sorpresi che a vincere su tutto, sulle tensioni, sulle divergenze, a volte sulla difficoltà a comprendersi, è stato lo spirito conciliare.
PERCORSO INIZIATO
E poi la trasparenza. Tanta. Grazie ai giornalisti. Qualcuno si chiede che fine faranno, il prossimo anno, quando si aprirà l’ultima parte del Sinodo sulla famiglia, i famosi tre articoli bocciati. Padre Lombardi ha spiegato che i paragrafi della discordia pur non avendo ottenuto i due terzi hanno comunque raggiunto la maggioranza dei voti. Un consenso di base c’è stato. Ora si tratta di continuare a discutere. «C’è ancora del cammino da fare. Forse i tempi non sono maturi». L’ultima parola la avrà il Papa.

Il Messaggero