García Márquez, siamo tutti a Macondo

Gabriel Garcia Marquez, the Colombian writer and political activist, in Mexico City in 1976.

Si è spento nella sua casa di Città del Messico, con la moglie Mercedes e i due figli Rodrigo e Gonzalo accanto. Il romanziere colombiano Gabriel García Márquez, Nobel nel 1982, era malato da tempo. Dodici anni dopo la dura battaglia con un tumore linfatico, il cancro aveva invaso il suo corpo e lo scorso 3 aprile era stato ricoverato per una polmonite e un’infezione, ma lunedì gli era stato permesso di ritornare alla sua abitazione. L’autore di Cent’anni di solitudine aveva 87 anni. Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos ha subito espresso in un tweet «mille anni di solitudine e tristezza per la morte del più grande dei colombiani di tutti i tempi. Solidarietà e condoglianze a Gabo e alla famiglia». «Per sempre Gabriel», ha invece titolato a tutta pagina il quotidiano di Bogotá El Espectador.

La centralinista all’ingresso del quotidiano il manifesto si rivolse perplessa al giovane reporter di passaggio in una mattinata chiara: «Ascolta, questo signore dice di essere Gabriel García Márquez». Il ragazzo, stupito, riconobbe l’autore del romanzo Cent’anni di solitudine, classico volume di una generazione nel mondo, le gesta del colonnello Aureliano Buendía, che promuove rivoluzioni perdendole tutte e finisce a creare pesciolini d’oro, tranquillo ed eroico come Garibaldi a Caprera. Un libro che dal 1967 ha venduto 50 milioni di copie in 25 lingue, fruttando all’autore colombiano il Nobel per la letteratura nel 1982, e creando il boom della letteratura latino-americana Anni 60 e 70, così onnipresente che José Donoso scrisse l’ironico Storia personale del boom.

García Márquez disse piano: «Sono qui per vedere la Rossana Rossanda», allora direttrice del giornale di sinistra. Il ragazzo schizzò nella stanza della Rossanda, trafelato ed emozionato, «Rossana, Rossana c’è Márquez!», e la fondatrice del quotidiano, celebre per la concentrazione sugli articoli, rispose pacata: «Digli se per favore mi aspetta cinque minuti». L’autore più celebre al mondo, amico personale di Fidel Castro, per anni bandito dagli Stati Uniti per le critiche alla politica della Casa Bianca nel suo Paese natale, la Colombia, sospettato dal regime di traffico di armi ai guerriglieri e costretto a vivere in esilio volontario in Messico, doveva aspettare 5 minuti! Il ragazzo aveva le orecchie basse, ma «Gabo», come gli amici chiamavano García Márquez, non reagì da prima donna, ma da quel cronista nel cuore che era sempre stato: «Il mestiere che ho più amato, il mio mestiere prediletto, prima ancora della letteratura, è il giornalismo. Ascoltare le storie della gente, raccontarle una per una sulla pagina. Se mi chiedessero cosa vuoi fare nella vita mille volte risponderei, il giornalista!». In un’intervista alla Paris Review, sofisticata rivista di letteratura, Márquez ribadirà commosso: «Amo il giornalismo più di tutto», ricordando il suo reportage straordinario del 1955 Racconto di un naufrago (Mondadori), cronaca del naufragio del marinaio colombiano Luis Velasco, sbalzato da una nave commerciale e sopravvissuto alla deriva. Márquez ne fa un esempio di letteratura fantastica, quel «realismo magico» di cui i critici gli daranno la paternità, «ma io non li ascolto, non leggo mai le recensioni, né buone né cattive, i critici hanno la loro idea di quello che la buona letteratura deve essere e ti stirano per misurarti, se ci entri o no. Rispetto invece i traduttori, ma non devono mai usare note a piè di pagina, mi raccomando».

Ridendo, Gabriel García Márquez prese il ragazzo sottobraccio: «Andiamo a berci un caffè, da quando volevo studiare cinema a Roma, al Centro Sperimentale di Cinematografia, il caffè romano è un momento unico. Sai, Rossana è la donna più intelligente che io abbia conosciuto e che ti capiterà di conoscere al mondo, lasciamola lavorare». Qualche anno dopo ripeterà il giudizio in un articolo per La Repubblica.

Era nato nel 1927 nel villaggio colombiano di Aracataca, dove il vento soffia l’aria dai Caraibi, modello per il Macondo di Cent’anni di solitudine. Suo nonno, che lo educava quando il padre Gabriel Elijio Garcia, 11 figli dalla moglie Luisa Santiaga Márquez e quattro fuori del matrimonio, telegrafista, omeopata e farmacista fallito, vagava per il Paese. «Mia nonna raccontava storie, le più fantastiche, e mi ha insegnato che se dici “Un elefante vola!”, nessuno ti crede, ma se dici “Ehi, 425 elefanti volano”, tutti ti credono, ed è tecnica del giornalismo che funziona nei romanzi». Il nonno aveva combattuto nella Guerra dei Mille Giorni, quando la Colombia dovette cedere l’istmo di Panama, uomo duro e severo, modello per il «“Colonnello» del più bel romanzo di Márquez, Nessuno scrive al colonnello: l’eroe di guerre perdute, angariato da un regime corrotto, con il figlio ucciso dai killer, che scommette sul riscatto morale ed economico, grazie al combattimento di un gallo poderoso, si rifiuta di vendere la bestia formidabile ai ricattatori, e quando la moglie lo affronta alla fine, isterica, «E se il gallo non vince? Che mangiamo?», risponde stoico: «Mangiamo merda».

Le avventure di Macondo sono cronache letterarie dove il genio di Márquez porta la tecnica giornalistica ai vertici del Novecento, come Hemigway – suo idolo con Conrad e Faulkner – non seppe fare. Se la compagnia Usa United Fruit era simbolo dell’oppressione per i contadini, ecco romanzeschi massacri, pestilenze, povertà in Cent’anni di solitudine, mali combattuti con la sensualità, la passione, il rigore. La politica di Márquez non esce dallo schema della rivolta latino-americana, neppure quando il presidente Bill Clinton diventa suo amico personale: «Leggevo Cent’anni di solitudine all’università, a Giurisprudenza, non riuscivo neppure a posarlo durante le lezioni». Elogi per Castro e Cuba, più tardi per il populista venezuelano Chávez. Quando la democrazia fa infine capolino in America Latina e il rivale romanziere Mario Vargas Llosa lo invita a denunciare le dittature, Márquez non cambia registro: il garbo personale, l’indole umile anche dopo il Nobel, fanno riconoscere al combattivo Vargas Llosa: «In politica no, ma come scrittore è un gigante».

Senza Márquez avremmo mai letto capolavori come Pedro Paramo di Juan Rulfo con l’agghiacciante discesa nella prateria della Morte? E Onetti, Dorfman, Cabrera Infante, Cortazar? No. Dopo rivolte, guerre, pestilenze, sconfitte, il Nobel, i libri, gli amori, García Márquez non si mai dava arie e sorrideva bonario: «Ho un solo rimpianto nella vita, non ho avuto una figlia». Lo piangono la moglie, i due figli maschi, leader in tutto il mondo, i critici che non leggeva e milioni di lettori.

La Stampa