“Gabriele Pignotta, si finge psicologo per amore di Vanessa Incontrada”

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In questo periodo le sale pullulano di commedie italiane, che rifanno involontariamente il verso allo stile degli anni “60” quando i nostri tre colonnelli (Tognazzi, Manfredi e Gassman) animavano i film del Bel Paese.
Di lungometraggi ce ne sono abbastanza, tanto da far sperare in una ripresa, ma quello che manca è forse una innovativa scrittura, capace di raccontare cose quotidiane con il guizzo di farle sembrare storie mai narrate prima.
Gabriele Pignotta che si approccia per la prima volta ad un debutto cinematografico come regista (qui anche come attore), con una storia nata prima come cult teatrale e di grande incasso al botteghino, non si aspetta di essere il nuovo Carlo Verdone (peraltro ha scritto con lui la sceneggiatura di “Sotto una buona stella”) e neanche di fare gli incassi dei cinepanettoni.
Con “Ti sposo ma non troppo”, in uscita il 17 aprile in 150 copie, vuole con la eleganza che lo contraddistingue in teatro, portare sui grandi schermi una commedia non volgare e attenta a reclamizzare sentimenti semplici, quelli che ci fanno star bene con noi stessi.
Può ricordare gli esordi di Leonardo Pieraccioni il nostro simpatico Gabriele, dallo sguardo birbante, che sfida le regole del mercato cinematografico, perché si può sempre avere un sogno nel cassetto che si avvera quando meno te lo aspetti.
In questo caso il sogno di Pignotta è l’amore, questo amore che non riesce mai a decollare del tutto per paura di uno dei due.
Le responsabilità di un legame sono quanto di più fastidioso possa esistere e Pignotta lo afferma all’inizio del film, quando il sogno di sposarsi di Andrea (interpretato da Vanessa Incontrada) s’infrange sull’abbandono all’altare del neo sposo. Anche quello di Luca (Gabriele Pignotta), quello di Andrea (Fabio Avaro) e di Carlotta (Chiara Francini). Tutti perdono fiducia nei sentimenti, ma dietro l’angolo c’è sempre l’imponderabile. L’imponderabile è il fisioterapista Luca che si finge psicologo per conoscere Andrea. Il resto è meglio scoprirlo al cinema. Intanto accontentiamoci di farci dire qualcosa dall’intrepido Gabiele Pignotta.

Un sogno nel cassetto diventato realtà quello di “Ti sposo ma non troppo”.

Il cinema è sempre stato un obiettivo, ma era difficile provarci da solo. L’occasione mi è arrivata dal produttore Mauro Berardi che vedendomi a teatro con questa commedia e piacendogli, mi ha proposto di portarla al cinema.

Cosa ha di diverso rispetto alle altre commedie.

Non ha ambizioni autorali, si snoda su una storia sentimentale con trovate divertenti. E’ una commedia pop, intesa come popolare, di facile diffusione. Senza nulla togliere ad Andy Warhol e a quel periodo che adoro. Inoltre il mio film racconta l’esperienza personale e quello che mi confidano gli amici. Racconto l’amore nella sua disarmante sincerità.

Cosa ti aspetti dal tuo primo film?

Mi accontento di piacere al pubblico, anche perché la commedia non è stata mai gradita ai critici, che l’hanno trovato sempre un genere di serie b. E’ difficile addomesticare la critica. Al produttore in fondo interessa il gradimento della gente che va al cinema.

Vanessa Incontrada è stata una tua scelta registica?

Si. La volevo a tutti i costi perché è semplice, energica, sobria, ma non troppo. Io non la conoscevo e gli ho proposto la sceneggiatura come giovane regista. A lei è piaciuta subito.

In che rapporti sei con la Incontrada.

Ho scoperto una grande amica, con cui vedermi anche fuori dal set.

Sei già al lavoro con il secondo film?

Si. L’opera prima si perdona se non è perfetta, ma la seconda opportunità si concede e si deve fare…

Come sei nella vita di tutti i giorni?

Romantico a teatro e al cinema e sregolato nella realtà. Prediligo avventure divertenti con compagne consenzienti, sempre mettendo al primo posto la sincerità.

Il tuo motto in prossimità del debutto cinematografico?

“Evviva mi sono assunto dei rischi. Quindi Vaffanculo, va bene così…”

E dopo questa irriverente uscita di Pignotta ci godiamo in prima fila “Ti sposo ma non troppo”, immedesimandoci in una favola metropolitana.

Paola Aspri