Franzoni torna a casa: «Può fare la madre»

FRANZONI

ROMA Erano dodici anni che Annamaria Franzoni non sorrideva così. Un sorriso pieno, emozionato. Scende dall’auto dell’amica Elisabetta Armenti alle 18,34 di ieri, ed è finalmente a casa, a Ripoli Santa Cristina, nel piccolo appartamento in affitto dove vive il resto della sua famiglia. Dove vivono Stefano Lorenzi, il marito che non l’ha mai abbandonata, Davide e Gioele, i suoi ragazzi. Il Tribunale di sorveglianza le ha concesso di scontare il resto della pena ai domiciliari (tredici anni complessivi), e lo ha fatto sulla base di una perizia psichiatrica nella quale viene sottolineato che «non sussistono condizioni di pericolosità sociale della condannata, perché è evidente che una tale costellazione di eventi non è più riscontrabile e ciò consente di sostenere che non vi sia il rischio che si ripeta il figlicidio come descritto nella sentenza della Corte d’assise d’appello di Torino».
L’ORDINANZA
A leggere le 18 pagine di ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Bologna, che si basano sul supplemento di perizia del professor Augusto Balloni, i veri dolori di Annamaria sono quelli legati al distacco dalla famiglia, ai cattivi rapporti che si sono instaurati nel corso degli anni con suo padre e sua madre dopo le scelte difensive da lui imposte e da lei non condivise, alla sua ossessione di trovare un colpevole dell’omicidio del figlio e a quella di continuare a professarsi innocente. Secondo lo psichiatra, la Franzoni è entrata in carcere dopo la condanna manifestando «la volontà di essere aiutata a superare il momento difficilissimo che stava vivendo, ha accettato di assumere la terapia farmacologica», ma «ha presentato sin dal primo momento il disagio perché stava vivendo una doppia ingiustizia: sente – è scritto nella consulenza tecnica – di aver subito la morte violenta del figlio e ritiene di essere stata punita per un fatto che non ha compiuto».
I DIVIETI
I giudici le hanno concesso il rientro a casa ad alcune condizioni: la principale è il divieto di andare a Cogne. E la decisione non è casuale, perché la donna aveva «ripetutamente espresso la volontà di fare ritorno» nel paese dove suo figlio Samuele è stato ucciso. Lo ha ripetuto tante volte nei lunghi incontri con lo psichiatra. E altrettanto sembra aver detto ai familiari nelle 19 volte che ha ottenuto i permessi premio in questi anni. Il ritorno a Ripoli, comunque, non sarà facile, anche perché – in base alla valutazione degli esperti – dopo il carcere, Annamaria ha cominciato a manifestare un generale disturbo di adattamento, proprio per quella caparbietà con la quale si è sempre ostinata a non accettare la condanna e il carcere. Sarà monitorata di continuo, grazie a incontri con gli psicologi, e alle verifiche che gli assistenti sociali faranno nei confronti dei suoi figli. Gioele, infatti, sembra quello che ha maggiormente risentito dal punto di vista psicologico «della pesante situazione emotiva venutasi a creare in seguito alla detenzione della madre». «In particolare, la donna – è scritto nell’ordinanza – è apparsa preoccupata per la sua situazione scolastica».
Sebbene ieri Annamaria abbia ripetuto più volte al avvocato Paola Savio, che l’ha assistita in tutti questi anni, quanto tornare a Ripoli la riempia di gioia, non sarà tutto rose e fiore. Ma avrà, comunque, il marito Stefano, «con il quale ha un rapporto affettivo forte e una reciproca fiducia», avrà i figli, i fratelli e i nipoti vicini, e potrà anche uscire di casa quattro ore al giorno «per le incombenze familiari». Potrà anche continuare a lavorare per la Cooperativa sociale “Siamo qua” e confezionare le borse lontano da una cella.

IL MESSAGGERO