Francia sotto choc, ora l’Islam fa più paura

Je-suis-Charlie

Sono tantissimi in Place de la République. Nessuna bandiera di partito. Ragazzini, giovani, vecchi, hanno scritto su dei cartoni: «Je suis Charlie». Nessuna organizzazione per esprimere la solidarietà, il dolore, lo sgomento dopo la strage al settimanale francese avvenuta a poche centinaia di metri da lì. Parigi dice che no, Charlie Hebdo non è morto come hanno gridato i terroristi.
Qualche ora prima, Hassen Chalghoumi è arrivato davanti alla redazione di Charlie Hebdo con la sua calotta bianca di Imam. Le labbra tremano, sembra sul punto di scoppiare in lacrime ma parla a lungo, è lui adesso la voce dei musulmani francesi. Sono cinque, sei milioni, il numero è incerto, perché in Francia sono vietate le “statistiche etniche”. Davanti all’ennesimo attentato, il più grave di tutti, si sentono di nuovo sotto accusa, in un Paese in cui la parola Islam fa paura, è considerata scomoda, difficile.
L’IMAM
«Sono in collera. Questo non è Islam» dice Chalghoumi. È imam a Drancy, popolare e popolatissimo comune della banlieue di Parigi. Oggi è terra d’immigrazione e disoccupazione giovanile Chalghoumi continua, non si tira indietro davanti ai microfoni, anzi, quello che dice arrivando sul boulevard Richard Lenoir lo ripeterà tante altre volte durante la giornata. Parla degli attentatori, che hanno gridato di uccidere in nome di Al Qaeda, ma anche in nome di Allah. «Sono il demonio. Hanno perduto l’anima, l’hanno venduta all’inferno». Chalghoumi parla, e le sue parole cominciano a circolare in tempo reale, ritwittate mille volte. Solo questo vorrebbero sentire adesso i musulmani francesi. Vorrebbero sentire l’islam che qui chiamano «repubblicano», «l’islam français», moderato. Ma non è questo islam occidentale che il paese sente proprio. Un sondaggio – raro – sul rapporto tra i francesi e le religioni, rivelava meno di un anno fa che un francese su quattro ha un’immagine negativa dell’islam, e che solo il 36 per cento pensa che le pratiche musulmane siano compatibili con le leggi della Repubblica, mentre un francese su tre ammette di non conoscere bene la religione musulmana, i suoi principi e le sue pratiche. «I musulmani francesi hanno paura, vivono in un clima perenne di stigmatizzazione» ha detto qualche tempo fa Anuar Kbibech, vicepresidente del Consiglio francese per il culto musulmano. Il Consiglio del culto musulmano ha anche le sue cifre: nel 2014, gli atti “islamofobi” sono aumentati del 30 per cento rispetto all’anno precedente.
L’OTTO PER CENTO
La paura, il panico, il terrore di oggi è nuovo, ma i problemi sono antichi, retaggio del colonialismo, della guerra d’Algeria, rinnovati dalla disoccupazione, dai ghetti in banlieue, dalle discriminazioni, dai fischi alla Marsigliese, dagli scontri sul divieto del velo. «È dalla fine degli anni ’70 che esiste il problema – ha spiegato Abdellali Hajjat, autore di “Come le elite francesi fabbricano il “problema musulmano” -. Accade quando si riduce l’identità della gente alla loro presunta appartenenza religiosa». I grandi media francesi, secondo Hajat «fanno spesso l’amalgama tra i musulmani e i militanti politici che usano la religione per giustificare le violenze che commettono».
Rivelatore di un rapporto non facile, la famosa inchiesta sulle percezioni dei fenomeni sociali nelle opinioni pubbliche di diversi paese condotte lo scorso autunno da Ipsos Mori, ha dimostrato che il pregiudizio più forte in Francia è quello relativo ai musulmani. Secondo i francesi i musulmani rappresentano oggi il 31 per cento della popolazione, mentre in realtà sono meno dell’8 per cento.

Il Messaggero