Francia, ora è caccia alla compagna del boia del market «È fuggita in Siria»

coulibaly

La «quarta donna» forse non c’è mai stata. Non durante i tre giorni in cui il suo compagno Amedy Coulibaly e i fratelli Kouachi seminavano il terrore a Parigi. Hayat Boumedienne, definita «armata e pericolosa» nell’avviso di ricerca diramato dalla polizia di Parigi, in realtà sarebbe in Siria. Di sicuro ha preso un volo da Madrid per Istanbul il 2 gennaio, ovvero cinque giorni prima della strage a Charlie Hebdo. Le telecamere dell’aeroporto l’avrebbero ripresa in compagnia di un uomo anche lui noto ai servizi francesi. L’8 gennaio, quando Coulibaly attaccava a Montrouge, lei invece attraversava la frontiera con la Siria, per poi far perdere le tracce. Aveva un biglietto di ritorno per il 9, ma non ha mai preso quel volo.
RICERCATA NUMERO UNO

Per i francesi resta la ricercata numero uno. Anche se non ha partecipato direttamente agli attacchi, fa parte da anni della stessa banda, lo stesso commando entrato in azione a Parigi. Con Amedy andava regolarmente a far visita al predicatore fondamentalista Djamel Beghal, era molto amica di Izzana Hamyd, moglie di Cherif Kouachi (500 conversazioni telefoniche nel 2014, anche tanti selfie insieme, velate e armate), e infine era la sua macchina con cui Coulibaly si è recato venerdì a Vincennes, per la sua ultima azione.
La polizia aveva emanato un avviso di ricerca subito dopo la morte di Clarissa, la giovane agente municipale assassinata da Coulibaly – quasi subito identificato – su una strada di Montrouge giovedì’ mattina. Le foto della coppia sono state pubblicate una accanto all’altra dal ministro dell’Interno, entrambi definiti «armati e pericolosi». Gli inquirenti pensano che Coulibaly possa essersi rifugiato nell’appartamento della ragazza a Fontenay-aux-Roses, nella periferia sud di Parigi, non lontano da Vincennes e dal supermercato Hyper Kacher.
«Erano gentilissimi. Siamo scioccati» dicevano ieri i vicini di casa, che parlano di «due ragazzi cordiali», di lei che «andava in giro col velo, ma in moto». Due ragazzi «educati», di quelli «che ti tengono sempre la porta».
Ventisei anni, sei fratelli e sorelle, figlia di un padre che fa il fattorino e di una madre casalinga morta quando era in prima elementare, affidata ai servizi sociali, Hayat incontra Coulibaly una decina di anni fa. Nel 2009 si sposano religiosamente ma non civilmente, il matrimonio non è dunque riconosciuto in Francia. Nello stesso anno lei comincia a indossare il velo integrale e perde il posto di cassiera.
Al contrario del compagno, non è mai stata in prigione, né è mai condannata, ma la polizia ha una sua scheda. Fa infatti parte del circolo di Djamel Beghal, detto Abu Hamza, condannato nel 2005 per terrorismo, per aver tentato di organizzare contro l’ambasciata Usa in Francia. Nel 2009 gli vengono concessi i domiciliari e Beghal si trasferisce nella sua casa nel Cantal, nella campagna del centro della Francia. Con Amedy, Hayat va regolarmente a fargli visita. Sono giornate di discussioni, di passeggiate, ma anche di «addestramento». Alcune foto documentano esercitazioni con armi.
INTERROGATA

Nel 2010 Hayat viene interrogata perché sospettata di partecipare al piano per far evadere Smain Ait Ali Blekacem, condannato per l’attentato del ’95 alla stazione Saint-Michel a Parigi. Coulibaly sarà arrestato e condannato a cinque anni, lei soltanto interrogata. Racconterà agli inquirenti di voler andare in un paese arabo per «meglio imparare l’arabo classico» e che con Beghal parlava «solo di questioni religiose». Soprattutto parla di Coulibaly. Assicura che a suo marito «piace divertirsi», che «non è molto religioso», ma che avrebbe voluto «prendersi una seconda moglie». Un anno fa aveva riallacciato i contatti con il padre, prima di partire in pellegrinaggio per la Mecca. Interrogato dalla polizia, l’uomo ha detto di essere «scioccato» e di «non riuscire a credere che la figlia possa essere coinvolta» negli attentati di Parigi.

Il Messaggero