Folla, urla e parole di rivolta. Poi la commozione: i funerali a Amatrice

Amatrice

Chi è che urla?
Urlano lì dentro.

«Stai calmo, Sergé… Ricordate che sei il sindaco». «Io non sto calmo manco pe’ niente! Qui so’ morti e qui noi gli dobbiamo fa’ la messa!» (il sindaco Sergio Pirozzi: occhi cerchiati, voce tremante, la polo blu bagnata dal sudore).
L’agenzia Ansa, pochi minuti fa, ha annunciato con linguaggio circospetto che i solenni funerali di Stato per le vittime di Amatrice si terranno a Rieti e non, come previsto, qui, tra queste macerie.
Una folla bellicosa di amatriciani si è subito radunata davanti alla sala operativa allestita nei locali del liceo scientifico, sono venuti giù dalle tendopoli, i feriti aiutandosi con il bastone, le donne tenendo per mano i bambini: su tutti domina un sentimento che è un miscuglio forte di stupore e indignazione.
Telecamere accese.
Nei microfoni, discorsi duri.
Ci sono le parole di una rivolta.
Il sindaco esce e, in diretta, dice ai tigì: «Il dolore viene prima di tutto. Anche delle norme di sicurezza. Il funerale dev’essere fatto qui. Punto e basta».
(Palazzo Chigi, in questo momento.
A Matteo Renzi stanno facendo leggere la notizia di ciò che accade ad Amatrice. Il premier prende il cellulare e telefona al capo della Protezione civile: sì, le difficoltà logistiche per organizzare tra le macerie un funerale di Stato sono effettivamente notevoli, c’è una sola e tortuosa strada di accesso al paese, in più la terra continua a tremare e nelle prossime ventiquattro ore è annunciata pioggia.
Renzi ascolta e riflette.
Poi, nel volgere di cinque minuti, accertata la disponibilità del Presidente Sergio Mattarella, riprende il suo cellulare, apre la rubrica e cerca la lettera A. Scorre con il dito. Arriva alle parole Amatrice-sindaco e spinge).
Sergio Pirozzi sente la vibrazione nella tasca dei pantaloni. Vede il numero. Si volta e dice al parroco: «Mo’ torno».
Telefonata veloce. Renzi al sindaco: allora certo, va bene, la gente ha assolutamente ragione, il dolore viene prima di tutto e, per questo, ho disposto che i funerali di Stato si debbano tenere lì da voi.
Fine della telefonata.
Alle 15,25, il premier dà l’annuncio su Twitter: «I funerali delle vittime del #terremoto si terranno ad Amatrice come chiedono il sindaco e la comunità locale. E come è giusto!». Il sindaco fa opportunamente passare una ventina di minuti e poi conferma: «Sì, celebriamo qui». Ci sono grida di evviva, lacrime di commozione, una ragazza si fa il segno della croce e manda un bacio al cielo: «Papà, hai visto? Ti riportano a casa».
Le salme sono in un hangar all’aeroporto Giuseppe Ciuffelli di Rieti. Non si capisce se davvero si riuscirà a trasportarle fin quassù. Sembra un’operazione impossibile. Da quando è diventato inagibile anche l’ultimo ponte, l’unico modo per arrivare qui ad Amatrice è uscire dalla Salaria e girare intorno al lago, prendere una stradina stretta e piena di buche, infilarsi dentro boschi bellissimi e attraversare villaggi e pascoli. Tutti passano da lì: ambulanze e camion della Protezione civile, Toyota dei vigili del fuoco, parenti degli sfollati e cronisti.
Appare probabile che le massime cariche dello Stato giungano in elicottero; certo resterà comunque estremamente problematico gestire l’afflusso di coloro che arriveranno in auto. Polizia stradale: «Serve un piano. Ma non ne abbiamo ancora uno. L’unica soluzione che ci viene in mente è consigliare a tutti di usare i cavalli e tagliare per i campi. Ma, evidentemente, è una soluzione improponibile».
L’altare verrà alzato laggiù, nello spazio antistante l’istituto femminile Don Minozzi, quasi tutto venuto giù in un fumo di tegole e calcinacci: tre suore morte schiacciate e altre tre emerse vive, ferite e stordite e con la polvere in bocca, ma vive.
Celebrerà il vescovo di Rieti, Domenico Pompili. Oltre a Renzi e Mattarella, sono annunciati il Presidente del Senato Pietro Grasso, la Presidente della Camera Laura Boldrini, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e la sindaca di Roma Virginia Raggi.
Un gruppo di volontari è andato a raccogliere fiori nei campi. La signora Elisa Rocchi sta cercando di trovare tra i mucchi di vestiario donato un indumento nero. Quattro anziani seduti intorno a un tavolo della sala mensa giocano a carte con quella forza d’animo che solo certi anziani.
«Ecco qui… Primiera e Sette Bello!».

Corriere della Sera