Flessibilità e riforme, l’intesa è quasi fatta

RENZI JUNCKER

«Impegni in cambio di flessibilità, flessibilità in cambio di impegni», riassume il presidente francese Hollande, uno che di solidarietà europea ha parecchio bisogno. L’accordo a Ventotto sull’Unione da rilanciare è quasi fatto, ma bisognerà attendere ancora. Un’altra riunione degli sherpa ha animato la notte. Il compromesso, necessario e sufficiente, arriverà oggi insieme col nome del nuovo presidente della Commissione Ue che, secondo tutti gli eurobookmaker, sarà Jean-Claude Juncker. L’ex premier lussemburghese avrà un mandato per il suo quinquennio, un percorso ispirato al rilancio di crescita e lavoro. Nel rispetto dei vincoli di bilancio bisognerà «far buon uso dei margini di flessibilità» per sostenere le riforme. Nessuno dice davvero come sarà possibile, ma è comunque una porta che si apre.

Giornata solenne a Ypres, città martire della Grande Guerra, con foto di famiglia (scattata in controluce) sulla piazza del mercato che nell’autunno 1918 era un cumulo di macerie. Si è ricordato con due giorni di anticipo il centenario dell’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando, evento che ha fatto scattare quattro anni di orrore. «La nostra memoria è intatta – dice Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio -. Siamo guardiani del ricordo; dobbiamo salvaguardare la pace e costruire la fiducia». Il fiammingo, su richiesta dei leader, ha disegnato l’Agenda per Juncker e l’Europa che ieri sera, nel municipio gotico (e ricostruito) della cittadina belga, i leader hanno discusso animatamente. Il testo piace all’Italia, ma non solo, che si ponga con forza l’accento sulla necessità di rilanciare gli investimenti, pubblici e privati, come chiave per dare gas alla congiuntura e alla fiducia. Il premier Renzi risulta però aver auspicato che si migliorasse la definizione di flessibilità. Alla cancelliera Merkel, secondo una fonte, ha poi chiesto di valutare la possibilità di sdoganare dai vincoli la quota nazionale di cofinanziamento dei fondi Ue. «E’ un insieme di poste concordate e vanno diritto alla crescita», è il ragionamento.

Nel testo arrivato a Ypres gli uomini di Van Rompuy hanno scritto che «l’Unione ha bisogno di passi coraggiosi per aumentare gli investimenti, creare nuovi e migliori posti di lavoro e incoraggiare le riforme per la competitività: ciò richiede che si faccia buon uso della flessibilità che è contenuta nelle norme esistenti del Patto di crescita». La versione precedente parlava di «pieno uso». La rielaborazione è parsa figlia della necessità di mediare con chi, soprattutto nel Nord, vuole limitare la possibilità che qualcuno prenda il braccio oltre che la mano. «Non fa differenza», dice una fonte italiana, convinta che «l’insieme delle misure è in ottimo bilanciamento».

Nella bozza di conclusione del vertice che si chiude oggi a Bruxelles il concetto viene elaborato. In una forma più favorevole all’Italia: «Le possibilità offerte dal quadro di bilancio esistente dell’UE per bilanciare la disciplina di bilancio devono essere utilizzate per sostenere la crescita». E «il consolidamento fiscale deve continuare in un modo favorevole alla crescita e differenziata». Meglio dell’Agenda strategica, per certi versi. Il testo di Van Rompuy chiede all’Europa di essere meno invadente, di intervenire solo dove necessario, il che sembra una concessione per il Cameron messo in un angolo dalla scelta di Juncker. Chiede, e per Roma è un ottima notizia, che l’Ue si doti di una vera politica per l’immigrazione: l’offensiva dei nordici, tedeschi in testa, per cassare l’ipotesi istituire un corpo di guardie di frontiera comune. Sarà «studiato». Meglio che niente.

Tutto questo è successo in giornata dedicata alla Memoria. Poco dopo le cinque del pomeriggio i ventotto leader si sono incamminati nella grande piazza del mercato di Ypres, città martire della Grande Guerra, verso la bianca Porta di Menin e i suoi 54.836 nomi di militi mai sepolti. Cerimonia solenne, con le donne in nero e un fuori programma toccante per la cancelliera Merkel che è andata a stringere le mani di chi guardava gli arrivi dei leader da dietro le trasmette. «Questa commemorazione non è sulla fine della guerra, ma è su come potrebbe cominciare», ha detto Van Rompuy. La memoria deve resta viva; il progresso, se ci sarà concordia e fiducia, sarà più facile da costruire.

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