Fisco Rendite al 26% da domani Ecco come si può ancora risparmiare

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Le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate hanno chiarito in extremis gli ultimi dubbi. Ma il change over della tassazione sulle rendite finanziarie fissata per domani non sarà un passaggio banale da gestire per le banche. Che oltre ad adeguare le procedure per passare dal 20% al 26% la tassazione sugli interessi dei conti deposito e i guadagni su azioni, obbligazioni, fondi comuni e alcune polizze vita (unit e index linked), sono chiamate a fare una massiccia campagna informativa presso i clienti. 
I TITOLI DI STATO RESTANO FUORI

È bene chiarire subito, infatti, che i rendimenti dei titoli di stato e dei buoni fruttiferi postali, sono esclusi dalla stangata in arrivo e manterranno l’aliquota ridotta del 12,5%. Un’eccezione che riguarda in parte anche le polizze sulla vita del Ramo I, per la parte investita in Buoni del Tesoro. L’altro paletto da tenere ben presente è la data del 30 giugno come spartiacque tra il vecchio e il nuovo regime. Con una postilla necessaria: è necessario che entro oggi sia perfezionata la vendita di un prodotto finanziario per spuntare il 20% di tassazione sull’eventuale plusvalenza. Stesso trattamento per gli interessi maturati fino ad oggi sui conti di deposito e per i dividendi, purchè siano liquidati. Poi dal 1° luglio un bond bancari che rende il 3% lordo, si troverà a fruttare un 2,2% netto contro il 2,4% riconosciuto fino ad oggi.
L’OPZIONE AFFRANCAMENTO

Fin qui, lo schema della riforma è relativamente semplice da applicare. Ma c’è un capitolo importante del nuovo regime a rendere più complicato il passaggio, almeno per i prossimi tre mesi. Si chiama «affrancamento», e altro non è se non un regime particolare riconosciuto ai guadagni in conto capitale registrati comprando o vendendo azioni, obbligazioni o prodotti derivati (i cosiddetti capital gain). Entro il 30 settembre, infatti, gli investitori potranno scegliere di pagare subito il prelievo del 20% per la parte di guadagni «latenti» maturati ai valori di Borsa del 30 giugno, senza però vendere i titoli in questione. L’imposta del 26% scatterà invece al momento della vendita effettiva soltanto sulla parte di capital gain maturata dopo il 1° luglio. Questo vuol dire che l’affrancamento sarà conveniente solo se emergeranno due condizioni: 1) se fatta la compensazione tra le minusvalenze pregresse e gli eventuali guadagni calcolati al 30 giugno, emergerà una plusvalenza; 2) e se l’investitore è convinto di poter contare in futuro su un ulteriore incremento di valore dei titoli.
AVVERTENZE SPECIALI

Attenzione, dunque, a non fare scelte avventate in tema di «affrancamento». «Ogni situazione va attentamente vagliata caso per caso con l’aiuto del proprio intermediario», spiega al MessaggeroOlivia Zonca, responsabile dell’area fiscalità finanziaria di Bnp Paribas Securities Services. Sono tante infatti le variabili da considerare. «Per esempio, va tenuto conto della presenza di eventuali minusvalenze non ancora utilizzate sul proprio dossier titoli. Minusvalenze che possono essere spese per ridurre il valore della plusvalenza latente da tassare al 20%». Non solo. «Perchè la procedure di affrancamento sia effettiva deve essere messa a disposizione dell’intermediario la provvista per versare le imposte sulle plusvalenze latenti». Insomma, le tasse fino al 30 giugno vanno pagate subito, senza vendere i titoli.   
«Sul fronte degli intermediari poi», prosegue la stessa esperta, «al problema dei tempi ristretti per adeguare le procedure si somma anche la difficoltà di gestire un regime transitorio complesso, in particolare per le quote dei fondi comuni di investimento, per il quali opera di fatto una sorta di affrancamento automatico. I plusvalori maturati al 30 giugno continueranno, infatti, ad essere tassati al 20% anche se realizzati dopo tale data».

Il Messaggero