Erdogan festeggia il trionfo. Così la Turchia islamica ha sconfitto laici e curdi

Erdogan

L’anima islamica, radicata nell’Anatolia emancipata, ha sconfitto l’anima laica arroccata nei grandi centri urbani, Smirne, Istanbul. La nuova Turchia emersa dal mondo rurale grazie al miracolo economico, nel frattempo esaurito, ha sconfitto la Turchia repubblicana. Quella con una vecchia patina kemalista (ereditata da Ataturk), e con quel tocco politicamente aristocratico che distingue chi pensa di rappresentare la storia di fronte ai nuovi arrivati in società. Ai nuovi ricchi. Cosi Recep Tayyip Erdogan ha vinto ieri l’azzardata sfida elettorale lanciata dopo la perdita in giugno della maggioranza assoluta in parlamento. Ieri correva il rischio di naufragare dalla posizione di sultano onnipotente nel ruolo di presidente dimezzato. Invece l’ha spuntata. I suoi parlano di trionfo. Rivincita è un’espressione più appropriata.

Il suo partito, Giustizia e libertà (Akp) ha sfiorato il 50 per cento dei suffragi, quoziente che assegna almeno 316 seggi, su 550, quasi il numero che consentirebbe di promuovere il referendum necessario per dare alla Costituzione un’impronta presidenzialista, come vorrebbe Erdogan. Ma che consente soprattutto di governare da solo. Senza bisogno di ingombranti alleati, e senza intaccare l’eccezionale potere attribuitosi da Erdogan, violando i limiti istituzionali. Come presidente dovrebbe restare al di sopra delle parti. Non dovrebbe pesare sull’esecutivo. Ma quando quest’ultimo è controllato unicamente dal suo partito i confini stabiliti dalla Costituzione non contano. Erdogan non voleva che riaffiorassero nel caso fosse stato necessario ricorrere a una coalizione. Era il suo incubo.

L’affluenza alle urne ha quasi toccato il 90 per cento, un traguardo forse mai raggiunto in una vera democrazia, ma essa era dovuta più che a una spinta democratica alla durezza dello scontro. Alla voglia di scendere in campo. Per attaccare o difendersi. Poiché l’essenziale è avvenuto nelle urne non si può comunque negare il carattere democratico della sfida. La correttezza dello scrutinio susciterà polemiche, ma stando alla contabilità elettorale delle ultime ore il partito di Erdogan ha guadagnato tre milioni e mezzo di voti rispetto alle elezioni di giugno. Una rimonta sorprendente che lo ha riportato al risultato del 2011 (49,3 quasi uguale al 49, 9 di allora). Almeno due milioni di voti li ha perduti il partito nazionalista, di estrema destra (dei Lupi grigi). E un milione e mezzo sono arrivati a Erdogan dal partito di centro sinistra e filo curdo (Hdp). Cinque mesi fa aveva superato tra la sorpresa generale il dieci per cento necessario per entrare in Parlamento, mentre questa volta l’ha raggiunto per un soffio (10,6) cedendo almeno due punti al partito di governo, l’avversario principale.

Le provocazioni del presidente, che alla vigilia delle elezioni ha sequestrato, anzi si è appropriato di fatto di due giornali dell’opposizione, e ha spento due canali televisivi che lo infastidivano (senza contare gli almeno mille giornalisti licenziati negli ultimi tre anni) non hanno turbato la maggioranza dei votanti. La corsa alle urne era contro o in sostegno di un leader che incarna la nuova Turchia, islamica ma moderna, scaturita dal miracolo economico, e senz’altro fiera di potersi affiancare alla vecchia società laica, senza troppi complessi. Lo scarso comportamento democratico di Erdogan è apparso un elemento trascurabile rispetto alla stabilità del paese. Il trauma dei recenti attentati, la massa dei profughi, più di due milioni, arrivata dalla limitrofa Siria, e il rischio di essere contagiati dalla guerra civile alle porte, hanno probabilmente dissuaso persino molti elettori, persino curdi, dal ridare il voto al Partito democratico dei popoli (Hdp), guidato da un dinamico uomo politico, Selahattin Demirtas.

La Repubblica