Erdogan eletto presidente «Così cambierò la Turchia»

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«Sarò il presidente del popolo». Un trionfo per Recep Tayyip Erdogan, vincitore al primo turno con il 51,8 per cento alle presidenziali turche, le prime a suffragio universale. Il «Grande Uomo», come lo chiamano i suoi fan, espugna la collina di Palazzo Cankaya, scenografica residenza del presidente turco che non sarà più con Erdogan il secondo più potente della Repubblica ma il primo, accentratore dei poteri di guida dello Stato e del governo. Erdogan vince senza dover andare al ballottaggio il 24 agosto perché dal 28 sarà a tutti gli effetti il successore di Abdullah Gul, suo non sempre in sintonia compagno di partito. 
LA NOVITÀ
È la prima volta che 53 milioni di turchi esprimono il loro presidente e questo fa di Erdogan, 60 anni, vincitore per l’ottava volta consecutiva in una consultazione elettorale e dodicesimo Presidente turco, di fatto il fondatore della «Nuova Turchia» che ricalca i fasti dell’Impero Ottomano. Ex calciatore in uno dei quartieri più popolari di Istanbul, in carcere nel ’98 per incitamento all’odio religioso per aver declamato i versi del poeta Ziya Gokalp («Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati»), alfiere di un islamismo in realtà moderato anche se rivendicato con coraggio in un paese che del laicismo presidiato dalla casta militare ha fatto per decenni la sua bandiera, tuttavia liberale in economia, rivolto più a Oriente che all’Europa (che per troppo tempo ha messo alla prova la pazienza di una Turchia che aspirava a essere la ventinovesima stella dell’Ue), Erdogan punta a trasformare lo Stato fondato dal “laico” Mustafa Kemal Ataturk in una Repubblica presidenziale “islamica”. Lo chiamano già «il Sultano del XXI secolo». 
I MODELLI
I suoi modelli istituzionali sono gli Stati Uniti e la Francia, ma anche la Cina e la Russia. È a Putin che i più lo paragonano, campione di un nazionalismo alimentato dai successi in economia. Al potere dal 2002 con l’Akp, partito islamico della Giustizia e dello Sviluppo, ha vinto il braccio di ferro con i militari, bonificandone i ranghi. Il suo obiettivo: modificare la Costituzione redatta nel 1982 da una giunta militare. «Il popolo ha dimostrato la propria volontà nelle urne», ha dichiarato ieri a caldo. E potete crederci che Erdogan userà quest’arma di consenso per andare al voto il prossimo giugno e conquistare i due terzi del Parlamento necessari per riformare la Carta. La sua idea è chiara: ora l’asse del potere si sposta a Palazzo Cankaya. Ieri Erdogan si è raccolto in preghiera nella moschea di Eyup Sultan a Istanbul, costruita per volere di Maometto II conquistatore di Costantinopoli e ricostruita nell’800 da Selim III. Luogo sacro ai musulmani, secondo solo a Medina, La Mecca e Gerusalemme. L’ha fatto per rimarcare la sua fiera identità musulmana sunnita (che gli sta creando in verità non pochi problemi in Iraq, dopo la cattura di 49 ostaggi del Consolato turco di Mosul a opera dei miliziani tagliagole dell’Isis, i jihadisti fautori del Califatto siro-iracheno un tempo suoi alleati ). «A ben guardare, nella nostra Costituzione non c’è un solo articolo che limiti gli atti del Presidente», ha detto in una recente intervista in aereo, al rientro da una tappa elettorale in un porto sul Mediterraneo. «La Costituzione chiama il presidente Capo dello Stato, questo è tutto». 
L’ECONOMIA
Erdogan ha vinto grazie soprattutto ai risultati della politica economica. Nel pieno della crisi finanziaria europea, nel 2010 la Turchia è cresciuta del 9 per cento e ancora resta poco sotto il 4. L’Economist porta a esempio della credibilità di Recep Tayyip gli ospedali nuovi fiammanti nei quali i turchi possono ricevere assistenza medica gratuita. Nel primo trimestre 2014 la produzione industriale ha superato il 4 per cento, oltre tutte le aspettative. Il Prodotto interno lordo è passato negli ultimi quattro anni da 613 a quasi 820 miliardi di dollari, le esportazioni sono aumentate di più di 50 miliardi. Proseguono i grandi progetti infrastrutturali. Nubi s’addensano però ai confini con la Turchia: in Iraq, secondo più grande mercato estero per Ankara, la situazione degenera. Erdogan ha già trascinato la Turchia al diciassettesimo posto tra le potenze economiche mondiali e promette di centrare la decima posizione entro il 2023, centenario della nascita della Repubblica turca del “padre della patria” Ataturk. E guarda già oltre. 
GLI OBIETTIVI
«Le presidenziali di oggi sono un avvenimento molto molto importante», ha detto prima di depositare la scheda nell’urna a Uskudar, quartiere asiatico di Istanbul, assieme alla moglie Emine, alle due figlie velate e ai due figli. Erdogan ha anche avviato la riconciliazione coi curdi, il 20 per cento della popolazione, mettendo fine al conflitto che in trent’anni ha fatto 40mila morti. E ha allentato le restrizioni per le donne velate nei campus e in pubblico. Il successo lascia in ombra gli altri due candidati: l’ex diplomatico religioso moderato Ekmelettin Ihsanoglu che rappresentava i laici sia conservatori sia di sinistra (fermo al 38.5 per cento) e il curdo Salahattin Demirtas, ideologicamente progressista, al 9.7. Le opposizioni temono che col voto di ieri la Turchia scivoli in una deriva autoritaria. «Tiranno o polso forte?», titolava questa settimana l’Economist. Certo, non sono bastati a spegnere la stella del Sultano gli eventi dell’ultimo anno: la rivolta di Gezi Park e la «primavera turca», le accuse per la repressione, la censura dei Social Network (Twitter e Facebook) e dei media, la «tangentopoli del Bosforo», i 301 minatori morti a Soma e il caos politico in Medio Oriente (Erdogan ha rotto con Israele e sposato la causa sunnita dell’Arabia Saudita). «Il popolo è con me».

IL MESSAGGERO