Elezioni anticipate, le vuole un italiano su due

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A cinque mesi dal suo insediamento il governo continua ad essere sostenuto da un consenso elevato (59 per cento) nonostante i dati macroeconomici non siano incoraggianti e i segnali di ripresa siano molto deboli. E nonostante le notevoli difficoltà incontrate nel percorso delle riforme istituzionali, testimoniate dalla bagarre al Senato di queste ultime settimane. 

Sono difficoltà che rafforzano l’immagine di un premier fortemente determinato a cambiare il Paese, solo contro tutti, e spiegano il largo sostegno di cui gode: quasi due italiani su tre (61 per cento), infatti, esprimono un giudizio positivo su Matteo Renzi. Solamente tra gli elettori dell’M5S prevalgono le valutazioni negative sul governo e sul presidente del Consiglio, a conferma della inedita e larga trasversalità del consenso. 

Rispetto a qualche settimana fa si osserva una lieve flessione, in particolare tra i lavoratori autonomi e gli operai, fiaccati da una crisi che sembra non avere fine. 
L’ipotesi di elezioni anticipate, di cui si è parlato nel caso del fallimento delle riforme, divide l’opinione pubblica: la maggioranza (43 per cento) preferirebbe che il governo continuasse fino alla fine della legislatura (in particolare gli elettori dei partiti che sostengono l’esecutivo), un terzo degli italiani auspica il voto dopo l’approvazione della nuova legge elettorale e la riforma del Senato, mentre il 20 per cento vorrebbe andare al voto al più presto. I sostenitori del voto immediato sono più numerosi tra gli elettori di Grillo (34 per cento) e di Forza Italia (28 per cento). 

Peraltro, nella fase attuale, il Pd risulta il partito maggiormente in salute, non solo negli orientamenti di voto, che sono del tutto virtuali quando si è lontani da una scadenza elettorale, ma soprattutto nei giudizi riguardanti l’operato. Il 53 per cento dei cittadini esprime una valutazione positiva sul Pd, il 30 per cento su Forza Italia e il 29 per cento sul Movimento 5 Stelle. Il Pd beneficia dell’effetto Renzi e del positivo risultato ottenuto alle elezioni europee dove, va ricordato, si è registrato il doppio effetto dell’elevata fedeltà dei propri elettori del 2013 (il 79 per cento dei quali ha confermato il voto al Pd) e della straordinaria capacità di attrarre nuovi elettori da altri partiti (39 per cento del totale dei consensi ottenuti dal partito), a conferma della maggiore fluidità elettorale rispetto a passato. 

Ed è interessante osservare che attualmente tra gli elettori dei partiti avversari del Pd si riscontra una quota tutt’altro che insignificante che promuove il partito di Renzi: 39 per cento tra gli elettori di Forza Italia e 28 per cento tra quelli dell’M5S. 
Di fronte a questo scenario gli analisti e i commentatori si chiedono quanto possa durare la popolarità del governo e del premier. Indubbiamente il mese di settembre sarà molto importante, sia per la maggiore rilevanza che assumeranno i temi economici sia per la contrazione di fiducia e ottimismo che da sempre l’opinione pubblica fa registrare al rientro dalle ferie. 

Tuttavia, sebbene i governi recenti siano entrati in crisi di consenso soprattutto a causa dei temi economici, nel prossimo autunno non è affatto scontato che le previsioni di crescita inferiori alle aspettative, la disoccupazione che non accenna a diminuire e le voci di una possibile manovra economica possano tradursi in una brusca inversione di tendenza nella fiducia dei cittadini e nella popolarità del governo. Infatti è largamente diffusa la convinzione che il governo Renzi non abbia alternative, come pure è largamente diffusa la volontà di mantenere in vita l’idea stessa di cambiamento che il premier impersona: ritirare la fiducia in Renzi per molti significa perdere la speranza che il Paese ce la possa fare. 

Dopo vent’anni nei quali le opinioni risultavano tutto sommato prevedibili ed erano guidate soprattutto dalle identità politiche siamo entrati in una stagione nuova, meno facile da decifrare, caratterizzata da atteggiamenti spesso sorprendenti e da un consenso «a geometria variabile», che muta a seconda dei temi e degli aspetti simbolici e molto meno in relazione alle appartenenze che appaiono sempre più evanescenti.

CORRIERE DELLA SERA