Effetto Draghi lo spread scende sotto quota 90 giù anche l’euro

MARIO DRAGHI

ROMA Per una manciata di minuti è riuscito a scendere anche sotto quota 90 arrivando a 89,7: non accadeva da quasi 5 anni, dall’ormai lontano 26 aprile 2010. Alla fine lo spread tra il Btp decennale italiano e il Bund tedesco ieri ha chiuso a 92 punti base, in netta flessione rispetto ai 97 di giovedì che già erano un traguardo. Ancora prima di iniziare, la cura Draghi si sta rivelando portentosa sullo spread, riportandolo a livelli ai quali non eravamo più abituati. Il rendimento del decennale italiano si attesta a 1,31% (in mattinata aveva toccato il nuovo minimo storico a 1,264%). Garantiti dal bazooka della Bce torniamo ad essere un Paese affidabile. Non solo noi, naturalmente. La massiccia iniezione di liquidità che partirà da lunedì, 60 miliardi di euro al mese, sarà un ricostituente per tutti i convalescenti di Eurolandia. Anche in Spagna, ad esempio, stanno già festeggiando l’effetto Draghi con lo spread Bonos-Bund a quota 85 punti base. Resta difficilissima ovviamente la situazione della Grecia, ma lì siamo di fronte a un malato molto grave che ancora non si è capito fino a che punto ha davvero voglia di farsi curare.
La vigilia della partenza del quantitive easing produce effetti positivi anche sul mercato dei cambi: l’euro ieri ha quasi sfiorato la parità sul dollaro (1,09), scendendo al minimo da 11 anni e mezzo, cosa che può far solo un gran bene alle esportazioni fuori dal Vecchio Continente. In discesa anche il cambio con lo yen fissato ieri a 131,35 (da 132,50).
Insomma gli investitori sono più che galvanizzati, la fiducia che questa volta l’Europa possa imboccare con determinazione la strada della ripresa e del rilancio è massima, confortata dalle previsioni dell’Eurotower che indicano una crescita del Pil dell’Eurozona dell’1,5% per quest’anno, dell’1,9% nel 2016 e del 2,15 nel 2017. Un contesto favorito anche dal prezzo del petrolio che continua a calare. Già l’ultima parte del 2014, d’altronde, come ha confermato ieri Eurostat, ha mostrato i segnali di una ripartenza, con un avanzamento nel quarto trimestre dello 0,3% del Pil dell’eurozona (E18), e dello 0,4% nell’intera Ue.
LE MOSSE DELLA FED
Mentre noi scaldiamo i motori, dall’altra parte dell’Oceano la corsa è già iniziata da tempo e prosegue a pieno ritmo. La conferma arriva dagli ultimi dati sull’occupazione americana: a febbraio sono stati creati 295.000 posti, molti più di quelli attesi dagli analisti che avevano scommesso su 235.000; il tasso di disoccupazione è sceso al 5,5%, mai così basso dal 2008. Un risultato importante che fa esultare la Casa Bianca: «Sono ora 12 mesi consecutivi che il settore privato crea più di 200.000 posti di lavoro: è la prima volta che succede dal 1977. Il 2014 è stato l’anno migliore in termini di crescita dell’occupazione dalla fine degli anni 1990 e il 2015 sta continuando su questo trend». Per il presidente Obama comunque non basta, occorre fare di più: «Non possiamo mollare» ha tenuto a precisare.
Un dato così positivo ha avuto però il paradossale effetto di far rallentare i listini europei (Milano ha chiuso comunque in positivo a +0,16%) e soprattutto di portare in forte terreno negativo Wall Street, che a un’ora dalla chiusura perdeva oltre l’1,5%. A questo punto, infatti, con l’economia Usa che cammina alla grande, sono in molti a temere che la Fed (la banca centrale statunitense) possa iniziare un percorso di aumento dei tassi di interesse.

IL MESSAGGERO