«Ecco il piano dell’Italia per fermare i jihadisti»

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L’Europa prepara la sua controffensiva alla minaccia terroristica e, nel semestre che vede alla guida il nostro Paese, è proprio l’Italia a presentare un piano in quattro proposte per fermare i tagliagole. Il progetto è stato illustrato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, e rientra in quell’attività di contrasto che il capo del Viminale ha sollecitato a prefetti, questori e a 007.
Ministro, in che modo si può tentare di combattere l’avanzata dei terroristi della bandiera nera?
«In Italia c’è un livello di allerta molto elevato perché il nostro Paese fa parte di quella comunità dell’Occidente che è sotto l’attacco dell’Isis. Ieri si è chiusa all’Aja una riunione con tutti i capi delle polizie europee, a presidenza italiana nell’ambito di Europol, e abbiamo fatto le nostre proposte».
Di che si tratta?
«Innanzitutto abbiamo chiesto che venga esportato a livello europeo il modello italiano del Comitato di analisi strategiche antiterrorismo che vede insieme le varie forze di polizia e l’attività dell’intelligence. È il modo migliore per controllare il proselitismo attraverso lo scambio di informazioni. Il secondo punto, invece, riguarda un’accelerazione e il rafforzamento sul Pnr, il passenger name recorder, ovvero il monitoraggio stretto sulla registrazione dei transiti dei passeggeri che volano in area Schengen. Questo dovrà essere fatto a livello centralizzato attraverso un’unica banca dati alla quale affluiscono le informazioni, e servirà a monitorare gli spostamenti in aree di conflitto».
Sarà uno scambio che coinvolgerà tutti i 28 paesi europei?
«Non necessariamente tutti. In un terzo punto presentato, infatti, prevediamo di avviare squadre miste tra esperti di antiterrorismo, che volta per volta potranno cambiare. Può essere un accordo tra due, tra tre, e su tematiche generali o singole. Faccio un esempio: l’attività di investigazione potrebbe riguardare casi di anarcoinsurrezionalismo, oppure casi specifici di singoli terroristi, come insospettabili che hanno vissuto, o hanno avuto un transito in due tre paesi. A questo punto, i paesi coinvolti potranno costituire squadre miste per analizzare e investigare sul caso».
Secondo gli analisti, in Italia, il maggior pericolo potrebbe arrivare proprio da “individual jihad”, è vero?
«Il rischio c’è, ed è quello che più preoccupa. Da noi non ci sono segnalazioni specifiche. Però, come negli altri paesi, anche dall’Italia c’è un flusso di persone che va a combattere in territori di guerra, i “foreign fighters”, con loro si rischia il reducismo. È possibile che rientrino dopo avere acquistato maggiore convinzione nella causa ed essersi formati su quegli scenari. Per gli esperti, il rischio maggiore è proprio quello di una chiamata potenzialmente indiscriminata al jihad attraverso la Rete senza modalità di reclutamento tipiche di al Quaeda che, invece aveva una organizzazione più strutturata».
Il pazzo che si fa saltare in metropolitana?
«Sebbene non ci siano indicazioni di alcun tipo, è su questi personaggi che è concentrata la maggiore attenzione. A loro viene chiesta la strategia dei “mille tagli”: l’invito a fare gesti che possono dissanguare il nemico attraverso mille simbolici tagli».
C’è poi il quarto punto della proposta.
«Infatti. È l’idea di costituire un centro di assistenza linguistico- legale araba per il monitoraggio delle comunicazioni che circolano in Rete. Il gruppo di lavoro sarà presso Europol, lo vogliamo organizzare in termini di grande rapidità ed efficienza. Europol dipende dalla commissione europea, quindi dal governo europeo, e contiamo di portare a casa questo risultato proprio durante il nostro semestre».
Serviranno assunzioni, personale specializzato.
«Il personale dovrà trovarlo la commissione, dovrà esserci un’assistenza specifica araba, serviranno professionalità di questo tipo».
Fin qui si è parlato di strategie investigative e di intelligence, ma ci saranno adeguamenti anche al Codice penale?
«Ci sono due norme che sono motivo di grande soddisfazione per noi, perché le avevamo già annunciate come volontà, e adesso dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, le stesse cose sono state chieste a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite. Nel Codice c’è una lacuna: attualmente è prevista la punibilità del reclutatore, ma non del singolo combattente che intende andare in teatri di guerra. Bisogna poter intervenire penalmente anche nei suoi confronti. La seconda norma prevede di estendere le misure di prevenzione per far sì che il combattente sia sottoposto a stretto controllo di polizia e venga allontanato dal territorio nazionale. Verrebbero estese, in sostanza, le misure esistenti contro mafiosi e soggetti pericolosi».
Esiste un legame tra immigrazione e terrorismo?
«Fare un’equazione sarebbe da irresponsabili. Anche se escludere che ci possano essere dei rischi individuali non è possibile. Abbiamo vagliato qualche caso, ha dato risultati negativi».
Il 3 ottobre è la triste ricorrenza della strage di Lampedusa, riusciremo a fare fronte all’onda di disperazione che approda sulle nostre coste?
«Abbiamo una possibilità concreta che ciò avvenga: abbiamo sollecitato una presenza dell’Europa nel Mediterraneo per presidiare una frontiera che è di tutti. È una nostra richiesta che deve produrre la chiusura di Mare nostrum e l’allineamento dell’operazione Frontex plus alla frontiera dell’area Schengen, così come concordato con la Commissaria Malmstrom. Ottenere questo per noi è un grande risultato».
Un’ultima domanda sui nostri rapiti in Siria: i bombardamenti americani nelle zone dove potrebbero trovarsi, non costituiscono un ulteriore rischio per la loro incolumità?
«Noi riteniamo e siamo certi che si tratti di interventi mirati. E confidiamo su questo».

Il Messaggero