Ebola, prima vittima in Germania

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L’Ebola si sta spandendo a grande velocità e diventa sempre più una minaccia mortale. Nel rapporto presentato ieri dal vice direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità, il dottor Bruce Aylward, il numero dei decessi è passato nell’ultima settimana dal 50% al 70% delle persone infette, anche se il conto totale (8.914 persone finora ammalate, di cui 4.447 morte), riflette ancora un rapporto più basso. «Di questo passo – ha detto Aylward, che è appena tornato da una ricognizione in Africa Occidentale – a dicembre avremo tra i 5.000 e i 10.000 nuovi casi di contagio ogni settimana. Il problema impellente sarà quello di isolare le persone infette, in paesi dove le strutture sanitarie sono carenti, e la disponibilità di posti letto è particolarmente limitata. L’Oms si augura di poter garantire la quarantena per almeno il 70% dei pazienti, ma è ben conscia che per raggiungere questo obiettivo minimo di sicurezza contro l’avanzata dell’epidemia bisognerà registrare uno sforzo globale.
A questo appello ieri hanno risposto il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan, offrendo al Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta la somma di 25 milioni di dollari. «Dobbiamo tenere sotto controllo il virus ora – ha detto Zuckerberg – prima che si diffonda fuori dai confini dell’Africa Occidentale e diventi una malattia endemica, che ci affliggerà per decenni».
ROBERT GALLO

Da Messina, dove si trovava per ricevere un’onorificenza, anche il professor Robert Gallo, scopritore del virus dell’Aids ha aggiunto il suo monito sulla gravità della situazione: «Non c’è un altro virus al momento che è più pericoloso di quello dell’Ebola. Altri batteri possono trasmettersi con maggiore facilità, ma nessuno in grado di procurare la morte con tale percentuale di successo». Nessuno può dichiararsi immune. La morte ieri a Lipsia in Germania di uno dei sanitari africani dell’Onu che aveva contratto il virus mentre prestava assistenza ai malati in Liberia è un monito per l’intero occidente, che è ugualmente vulnerabile di fronte alla minaccia dell’Ebola. I ricchi ospedali in Europa e in America stanno sperimentando la stessa umiliante sensazione di essere impreparati e incapaci di fronte all’insidia del virus. In Spagna l’infermiera Teresa Romero, che si è ammalata mentre curava un missionario tornato dalla Sierra Leone, è in condizioni di salute stabili, ma cerca di evitare il contatto con il personale medico che dovrebbe aiutarla a guarire, e si somministra da sola i farmaci necessari. A Dallas l’altra infermiera Nina Pham ha iniziato a mostrare sintomi di contagio dopo la morte del paziente Thomas Duncan di cui lei si era presa cura, e si sospetta ancora che altri addetti sanitari possano incubare il virus, tra le 76 persone che lo hanno curato, e i 48 che l’avevano incontrato prima del ricovero in ospedale, anche se al momento non ci sono altri casi. Sono passate due settimane dalla prima diagnosi del cittadino liberiano che era in visita a Dallas: ancora sette giorni senza sintomi, e si potrà tirare un respiro di sollievo.
I PROTOCOLLI

Lo stesso Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta (Cdc) riconosce che il protocollo di prevenzione per chi è chiamato a curare non è a tenuta stagna, e va cambiato in modo da assicurare che nemmeno un centimetro di pelle della persona sana sia esposta durante una visita ad un malato. Il direttore del centro Thomas Frieden che nelle ultime settimane è diventato la faccia dell’emergenza Ebola per milioni di americani, ha annunciato ieri un programma di coinvolgimento radicale di «ogni dottore, ogni infermiere, ogni amministratore» degli ospedali americani, i quali dovranno tutti essere in grado di riconoscere i sintomi della malattia, e di porre le domande più adatte per rilevarne il sospetto. A New York il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è riunito per discutere dell’emergenza. A Washington intanto si fa strada l’ipotesi della nomina presidenziale di uno “zar” capace di coordinare la risposta all’emergenza. È stato già fatto negli ultimi anni con successo per il salvataggio delle banche all’inizio della crisi economica, poi per l’industria dell’auto. La speranza è che un terzo uomo o una terza donna del miracolo possa allontanare lo spettro che si aggira per il Paese.

Il Messaggero