Ebola, in Usa contagiata un’infermiera

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Che potesse succedere, lo sapevano e se lo aspettavano. Ma non così. Per le autorità sanitarie americane è stato un brutto colpo scoprire che il primo caso di Ebola contratto negli Usa è quello di un’infermiera che aveva assistito Thomas Duncan, il cittadino liberiano deceduto la scorsa settimana. La donna avrebbe in apparenza seguito tutte le direttive di sicurezza impartite dai Cdc, i Centri per il Controllo delle malattie infettive. L’unica spiegazione possibile, allo stato attuale, è dunque che «ci sia stata una falla nella procedura». L’infermiera deve aver commesso un errore simile a quello che ha fatto la collega spagnola Teresa Romero: forse nel togliersi la tuta ermetica ha sfiorato del liquido infetto e poi si è toccata gli occhi. Comunque il direttore dei Cdc, Thomas Frieden, ha annunciato una indagine approfondita per risalire alla falla e porvi rimedio. Ha anche confermato che la donna stessa ha contattato l’ospedale ed è andata in isolamento entro un’ora dalla sua telefonata. Solo un’altra persona era entrata in contatto con lei dopo che era diventata sintomatica e quindi contagiosa. Ma nel frattempo ancora 19 infermieri e medici che avevano assistito Duncan rimangono sotto controllo per la possibilità che anch’essi siano stati contagiati.
CATENA DA INTERROMPERE
Frieden ha cercato di ammonire il pubblico con la massima trasparenza ma ha anche insistito che ci si può davvero proteggere dal virus Ebola: «Questo è un virus estremamente contagioso, ma possiamo addestrare il nostro personale perché si possa assistere ogni malato, e allo stesso tempo evitare pericolosi errori umani». Frieden ha poi ricordato che l’unico metodo provato per sconfiggere la malattia virale è di «interrompere la catena del contagio», e ha citato il successo della Nigeria, dove nell’arco di tre settimane il virus è stato fermato. La notizia di questo contagio non ha fatto molto per rassenenare le paure di un mondo in preda al panico. Controlli in aeroporto sono operativi da sabato negli Usa e in Gran Bretagna, e lo saranno presto anche in Israele. Ma le stesse autorità ammettono che non si tratta di un controllo a prova di errore. E alcuni Paesi vanno ben oltre: l’India ad esempio ha deciso di cancellare un summit che doveva tenere in dicembre con 54 nazioni africane. Il summit era stato proposto e organizzato da Nuova Delhi nel 2008, e la sua cancellazione ha generato non poche critiche, soprattutto considerato che gli Usa non hanno cancellato nè l’apertura dell’Assemblea generale Onu a settembre, nè il G20 a Washington la scorsa settimana.
GLI OSPEDALI IN LIBERIA
Nel panorama di ansia generale, almeno due notizie sono positive: sia l’infermiera spagnola, Teresa Romero, sia il cameraman americano Ashoka Mukpo, che hanno contratto il virus, manifestano lievi segni di miglioramento. Le previsioni appaiono moderatamente ottimistiche anche per l’infermiera in Texas: secondo Frieden infatti nel suo sangue la presenza del virus è molto bassa. Ma ci sono anche commenti di esperti che devono far riflettere se la malattia non verrà sconfitta nei luoghi dove è esplosa – Guinea, Sierra Leone e Liberia – si rischia di vederla trasformata in una pandemia cronica mondiale come l’Hiv. Il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Susan Rice, ha detto ieri mattina in tv che «tutti devono collaborare» proprio per debellare la malattia in Africa. Nelle tv americane cominciano ad arrivare le immagini dei genieri delle forze armate che costruiscono ospedali da campo in Liberia. Il generale Darryl Wiliams, che ha il compito di condurre la missione Operation United Assistance non ha dubbi: «Possiamo difenderci. Ma l’Ebola lo dobbiano sconfiggere qui».

Il Messaggero