Ebola, allarme Onu «Serve un miliardo per fermare il virus»

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Dalle Nazioni Unite alle aule del Congresso, ieri l’ebola è stato al centro del dibattito politico negli Usa. Mentre si accavallavano i casi di allarme, e venivano chiariti i particolari del contagio della seconda infermiera texana, i deputati hanno sottoposto a un vero e proprio interrogatorio i responsabili dei Cdc, i Centri federali contro le malattie infettive. E al Palazzo di Vetro il segretario generale Ban Ki-moon ha lanciato un appello accorato perché i Paesi si mobilitino davvero e contribuiscano alla lotta: «L’ebola è un problema immenso e urgente al livello mondiale – ha ripetuto – e richiede una risposta urgente e immensa al livello mondiale». Ban Ki-moon, famoso per essere sempre cauto e attento, non ha nascosto la sua preoccupazione : «Abbiamo bisogno di un miliardo di dollari subito, ma nelle casse dell’Onu ci sono solo 150 mila dollari» ha protestato. «E’ una lotta contro il tempo – ha ricordato – Dobbiamo circoscrivere il contagio entro il primo dicembre o la situazione ci sfuggirà di mano».
LE POLEMICHE

Se Ban ha incalzato i Pesi del mondo, protestando per «i ritardi negli aiuti promessi», a Washington si sono levate le inevitabili polemiche dei deputati contro i Cdc, dopo che si è saputo che la seconda infermiera texana aveva avuto proprio dai dipendenti dei Centri il via libera a salire in aereo nonostante avesse una lieve febbre. La donna, Amber Vinson, era andata in Ohio per far visita al fidanzato, e al ritorno verso il Texas aveva avuto l’accortezza di chiamare i massimi responsabili nazionali per accertarsi che fosse sicuro per lei e gli altri salire in aereo. Ora c’è la corsa a rintracciare i 132 passeggeri che si sono trovati al suo fianco sul volo della Frontier. Già tre sono stati identificati. Due sono studenti di Dallas, già posti in isolamento per 21 giorni, mentre le loro scuole sono state temporaneamente chiuse. Chiuse due scuole anche in Ohio, perché vi lavora la terza persona identificata. Ma c’è stato un allarme non connesso al focolaio del Texas, nel campus dell’università di Yale, in Connecticut, dove un ricercatore che aveva trascorso un mese in Liberia, insieme a un collega, è stato ricoverato e posto in isolamento dopo che ha sviluppato alcuni sintomi sospetti. Anche il suo collega è sotto osservazione. Campioni del loro sangue sono stati inviati ai Cdc e si saprà entro oggi se abbiano o meno contratto l’ebola durante le loro ricerche.
Nel frattempo, la reazione del sistema sanitario americano è diventata oggetto di polemiche e propaganda politica. A meno di tre settimane dalle elezioni di metà mandato, il partito repubblicano non intende perdonare nessun errore al presidente e ai funzionari federali. Molti hanno chiesto la testa di Tom Frieden, direttore dei Cdc, per non aver dato indicazioni ferree alle infermiere su come trattare le infezioni e per aver dato il via libera al viaggio della Vinson. In realtà, buona parte della colpa dei due contagi texani sono da ascrivere all’ospedale che ha ricoverato Thomas Duncan, il liberiano deceduto lo scorso 8 ottobre. Difatti uno dei dirigenti, Thomas Varga ha riconosciuto che i Cdc avevano inviato già lo scorso luglio le informazioni relative al protocollo da seguire in caso di sospetti contagi. Varga ha fatto il mea culpa: «Non abbiamo gestito nel modo corretto il caso del paziente zero. Ne siamo addolorati, chiediamo scusa».
LE CONTROMISURE

In tutto il Paese si cerca di aumentare le difese, e sensibilizzare ospedali e personale mecico. A New York, ad esempio, il governatore Cuomo ha annunciato uno speciale programma lampo di addestramento per i lavoratori di prima linea e una campagna di finti allarmi nei vari ospedali per testare il grado di preparazione e velocità di reazione del personale. E alla Casa Bianca il presidente Obama ha promesso l’invio di squadre di esperti ovunque negli Usa, entro 24 ore da eventuali allarmi.
Vari leader repubblicani premono anche perché si imponga al più presto una moratoria sui viaggi dai Paesi africani affetti dalla malattia. Lo stesso presidente della Camera, John Boehner ha insistito perché Obama lo adotti, almeno al livello temporaneo. Gli esperti finora son stati contrari, ma ieri Frieden non lo ha escluso.

Il Messaggero