È UN ROSSI DA OTTAVA MERAVIGLIA

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ROMA La cura del Dottore. Fenomeno sì, ma soprattutto ostinato. Numeri alla mano, Rossi è il motociclista più forte di tutti i tempi. Agostini ha conquistato più titoli iridati, ma lo ha fatto in più di una “classe”. E in altri tempi, quando i piloti prendevano parte a gare in due o più categorie. Nel motociclismo moderno, quello della 500 a due tempi e, soprattutto, della MotoGP, nessuno ha nemmeno sognato quello che ha fatto Vale.

L’ARMA DEL DOTTORE
Veloce, spettacolare, concreto, competente, affidabile, Rossi le doti del campione le ha tutte. Forse, però, non sono queste che lo hanno spinto tanto in alto e la gara di ieri a Losail ne è stata l’ennesima prova. La vera arma in più dell’ex ragazzo di Tavullia è la determinazione. Anzi l’ostinazione. Valentino non molla mai, ha una totale fiducia in se stesso tanto da buttarsi in missioni apparentemente impossibili, o almeno sfide in cui crede solo lui. Molte le ha vinte, alcune no. Ma è sempre ripartito all’attacco più carico di prima. Resta scritto nei libri di storia il passaggio dalla mostruosa Honda alla cenerentola Yamaha. Correva l’anno 2003 e Vale aveva appena conquistato il 3° titolo di fila nella classe regina vincendo 6 delle ultime 7 gare (la settima, a Motegi, era arrivato “solo” 2°). Un trionfo, l’apoteosi. I piloti della squadra rivale non erano riusciti a salire nemmeno sul podio in tutta la stagione.

L’IMPRESA IN SUDAFRICA
La scelta sembrò a tutti il capriccio di un bambino (aveva 24 anni). Bravo sì, ma ribelle, forse viziato. Invece Vale, solo lui, sapeva quello che faceva. Prima gara in Sudafrica, spettacolo vero: dopo una battaglia a suon di sorpassi, Vale piega con la sua nuova Yamaha la sua vecchia Honda con in sella il grande rivale Biaggi. Sul traguardo solo 210 millesimi separarono i due, ma il dado era tratto, Rossi aveva realizzato l’impossibile. Era il 18 aprile 2004. Esattamente 10 anni dopo, cioè una vita motociclistica (all’epoca un altro marziano Stoner correva ancora in 125 e ora si è già ritirato), il Dottore sembra aver trovato la cura dell’eterna giovinezza e ha rifatto una gara simile. È finita in modo diverso, ha cioè perso per 259 millesimi dal campione del mondo Marquez, ma la sostanza non cambia: Vale ha fatto un’impresa nella quale credeva soltanto lui. Non ci credeva più nemmeno il suo “papà motociclistico” Jeremy Burgess, il capomeccanico australiano che lo accolse in Honda nel 2000, accompagnandolo in tutti i suoi successi.

I CONSIGLI DI BURGESS
«Vale ritiriamoci, questi ragazzini vanno troppo forte, non fa più per noi…», pare gli abbia consigliato più di una volta l’esperto Burgess. «Sei stanco Jeremy, è ora di andare in pensione…», è stata la risposta di Valentino che, facendo violenza a se stesso, ha deciso di sostituire dopo quasi 15 anni l’australiano con Silvano Galbusera proveniente dalla Superbike. Aria nuova, metodi diversi, aveva ragione lui. In Qatar Vale ha fatto una corsa da favola e non solo per il risultato. La Yamaha (che in realtà a Losail va sempre molto forte) sembrava messa peggio della Honda. Poteva avere problemi di consumo e sicuramente li aveva di gomme viste le lamentele del suo compagno di squadra Lorenzo che, tradito dall’anteriore, si è sdraiato. In tanti sono caduti e anche il giovanissimo talento Marc ci è andato vicino. Vale ha guidato con precisione, grinta, coraggio. Senza strafare, mai in affanno. Ha affrontato in corpo a corpo il suo erede designato con l’audacia del gladiatore, con correttezza e lealtà, spavalderia e autorevolezza. Pedrosa, con l’altra Honda ufficiale, si è solo potuto godere lo spettacolo. Si è visto un Rossi che non si era mai visto da quando passò in Ducati, nemmeno lo scorso anno ad Assen quando salì sul gradino più alto del podio. I favoriti per il titolo restano Marquez e Lorenzo ma Vale, a differenza dello scorso anno, ha dimostrato di esserci. Dalla prossima gara ad Austin inizia per lui la sfida più grande: puntare all’8° titolo nella classe regna dopo aver festeggiato il 35° compleanno.

IL MESSAGGERO