«È stato Alberto a uccidere Chiara» Stasi condannato a sedici anni

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A sette anni dal delitto, dopo due anni di indagini, cinque di processo e due assoluzioni, arriva una sentenza che pesa come un macigno sul destino di Alberto Stasi. Sedici anni di carcere e un milione di euro di risarcimento alla famiglia per aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi, è il verdetto della prima sezione della Corte d’Appello presieduta da Barbara Bellerio. «Sono sconvolto – trova la forza di pronunciare a chi gli sta accanto – Non me l’aspettavo ma voglio andare avanti per dimostrare la mia innocenza».
«CERCATE L’ASSASSINO»

Ora c’è da affrontare un nuovo ricorso in Cassazione, quinta tappa di un procedimento che Alberto ha sempre affrontato con zelo e freddezza. Ha studiato le carte, ha passato al setaccio le perizie, non si è perso un’udienza. E anche ieri era in aula: maglione verde, pantaloni blu, sneakers ai piedi, pareva tenere la tensione sotto controllo. Ha seguito le ultime cinque ore di repliche e ha atteso altrettanto per la camera di consiglio, consapevole che questa volta si sarebbe giocato il tutto per tutto. Tant’è che, prima della chiusura del dibattimento, si è rivolto ai giudici. Non era mai accaduto, è la prima volta che Stasi prede la parola in aula per proclamare la sua innocenza. Poche frasi in cui traspare la disperazione per un verdetto sfavorevole dietro l’angolo. Gli ultimi minuti prima del verdetto Alberto li ha trascorsi in piedi, accanto ai suoi avvocati Fabio Giarda e Giuseppe Colli, dando le spalle alla famiglia Poggi seduta a tre metri di distanza. Nessuno sguardo che si incrocia, nessun contatto tra i genitori di Chiara e quel ragazzo che consideravano come un figlio. Stasi ascolta impassibile la lettura del dispositivo, senza cedimenti, salvo fuggire precipitosamente dopo aver assistito alla sua condanna. Il 17 dicembre del 2009 l’ex bocconiano veniva assolto dal gup Stefano Vitelli, lo stesso giorno di cinque anni dopo l’epilogo è opposto.
ATTENUANTI NEGATE

Per lui il sostituto procuraore Laura Barbaini aveva chiesto trent’anni di carcere: «Ha colpito più volte Chiara sfondandole la calotta cranica e l’ha buttata inerte giù dalle scale della cantina con massimo dispregio, privo di qualsiasi pietas, volendosi in qualche modo liberare con rabbia di quel corpo», ha detto nella sua requisitoria. Per l’accusa sussisteva anche l’aggravante della crudeltà che i giudici non hanno concesso: sono partiti dai 24 anni di pena edittale per l’omicidio volontario e hanno sottratto un terzo (cioè otto anni) poiché il processo si svolge con rito abbreviato. Nessuna attenuante, nemmeno le generiche, per un assassinio che Stasi potrebbe aver compiuto in un momento di impeto, in preda a una furia cieca durante una lite con la fidanzata. Risolutiva per il verdetto, secondo l’accusa, è stata la nuova perizia sulla camminata: viene definito un «macroindizio», poiché cristallizza l’impossibilità di Stasi di entrare nella villetta di via Pascoli, scorgere il corpo di Chiara e uscire di corsa senza sporcarsi le scarpe.
RICORSO DELLA DIFESA

Ma dalla Cassazione era giunta un’indicazione importante: dal percorso compiuto alla descrizione del volto della fidanzata morta. E così ha fatto la procura generale, fornendo alla giuria una lettura coordinata degli indizi e la loro correlazione in chiave storico-cronologica. L’accusa per ora non si spinge oltre: non chiederà una misura cautelare nei confronti di Stasi, né il ritiro del passaporto per il rischio di un pericolo di fuga. Laura Barbaini è un magistrato che ha fatto arrestare in aula boss della ‘ndrangheta, omologare il caso di Alberto dopo due assoluzioni viene considerato un inutile accanimento. Mentre i difensori pensano già alla Cassazione: «Questi 16 anni non hanno senso, Alberto è innocente. Ora ci rimboccheremo le maniche. Cercheremo il colpevole, non un colpevole».

Il Messaggero