Draghi: la ripresa segna il passo la Bce pronta a nuove misure

MARIO DRAGHI

Pesa la delusione per il mancato annuncio dei «quantitative easing» quando Mario Draghi finisce di parlare nella sala allestita all’interno della Reggia di Capodimonte. Ma l’epilogo della riunione del direttivo Bce, che ha lasciato i tassi invariati al minimo storico, è anche l’ennesima dimostrazione di quanto stretta sia la strada disponibile ad un organismo monetario, la Bce appunto, che avrebbe invece bisogno di ben altra missione se solo si riuscisse a modificare i Trattati che ne limitano i compiti. Draghi a Napoli, peraltro, riconferma scelte e obiettivi che non sono affatto marginali in uno scenario di bassa crescita e di basa inflazione. Il governatore esita quando più volte i giornalisti di tutto il mondo gli chiedono di quantificare l’ammontare degli strumenti in campo tra Abs, covered bond e Tltro: sono potenzialmente mille miliardi che dovrebbero contribuire a resuscitare il credito bancario nel sud Europa, scongiurare il rischio della deflazione e rintuzzare una ripresa che non decolla. C’è anche l’impegno, «unanime del consiglio direttivo» di mettere mano se la situazione lo richiederà anche ad altre misure non convenzionali per far ripartire l’economia reale ma sempre e comunque nel rispetto di paletti ben precisi: il rispetto del Patto di stabilità e le riforme strutturali, quella del lavoro tra tutte, alle quali nessuno potrà sottrarsi. Draghi non fa concessioni o aperture anche quando gli si chiede di commentare la forzatura francese a proposito della volontà di Parigi di sforare i limiti del deficit: «Anche la Francia ha firmato gli impegni dell’Eurozona su questo punto: aspettiamo di leggere quale sarà la proposta del governo e poi la commenteremo». Scelta simbolica, Napoli, la città più a sud toccata dalla Bce finora.
PORTA STRETTA
Nella blindatissima Reggia l’eco delle proteste di piazza arriva anche se in modo inevitabilmente rarefatto ma il governatore non si sottrae alla domanda: «Comprendo i motivi della protesta, con questa recessione che sembra non finire mai e che dà alla gente la sensazione di dover pagare anche per gli altri, in una debole situazione economica del Paese. Ma devo correggere l’idea che la Bce sia all’origine della crisi. Se andiamo indietro con la memoria, due o tre anni fa, prima che la Bce intervenisse, il sistema finanziario era prossimo al collasso». Draghi ricorda le decisioni sull’azzeramento o quasi dei tassi e sull’acquisto degli Abs, a riprova della volontà della Bce di non lasciare nulla di intentato per aiutare i Paesi più deboli a rilanciare lo sviluppo. Ma ammette che «se non c’è fiducia la situazione non può migliorare» e che comunque la Banca centrale europea non può bastare.
Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco che siede al suo fianco dice dio più chiamando in causa i governi: «Nella gestione della crisi – dice – ci sono stati errori e ritardi», evocando un «disegno organico per il rilancio degli investimenti» che riporta al centro le riforme e le politiche strutturali dei governi. Quanto all’euro deprezzato, il governatore non si sbilancia. «Non è un obiettivo della nostra policy ma rispetteremo quanto si è deciso nel recente G20». E alla domanda sul rischio che l’euroscetticismo finisca per diventare sempre più forte e pericoloso, risponde così: «L’euro è irreversibile. I Paesi che dovrebbero consolidare le loro finanze pubbliche dovrebbero farlo a prescindere dalla moneta unica». E le banche? Draghi non ha dubbi: devono trasferire all’economia reale quanto la Bce mette a loro disposizione. «Ma occorre che il sistema abbia più fiducia, che si riducano le tasse, che la finanza pubblica dia certezze». Poi la precisazione, quasi inevitabile per evitare altre polemiche: «Non sto parlando solo dell’Italia». Ma è proprio l’Italia l’ammalato più grave dell’Ue. E il governatore lo sa.

Il Messaggero