Draghi in Parlamento a dicembre «Senza crescita l’euro in pericolo»

MARIO DRAGHI

C’è una strategia dietro i crescenti allarmi sull’economia europea di Mario Draghi. C’è una strategia e c’è un obiettivo. La strategia, perseguita attraverso interventi pubblici insolitamente sempre più frequenti, è di riuscire a diffondere una percezione della crisi più vicina al vero di quanto i governi Europei dimostrino di aver compreso. L’obiettivo, invece, è di attivare finalmente il bazooka brandito negli ultimi mesi allo scopo di erigere attorno all’euro una barriera a difesa della sua integrità. Ma ciò sarà possibile solo se la Bundesbank e il governo tedesco avranno chiaro che si è giunti all’ultima spiaggia. Per arrivare a tanto è però necessario che attorno alla prospettiva di una discesa in campo della Bce e del sui arsenale completo di tutte le armi non convenzionali (fino alla mossa estrema dell’acquisto dei titoli di Stato), si crei un clima di consenso così vasto da rendere inevitabile il suo intervento al grido di «Salviamo l’euro». È questa la principale preoccupazione del presidente della Bce da quando tutte le previsioni di ripresa dell’economia hanno cominciato ad essere smentite dai fatti. Ed è per mettere in guardia anche il Parlamento italiano dai pericoli di un avvitamento della situazione che giovedi 11 dicembre, secondo quanto appreso dal Messaggeropresso fonti governative, Draghi terrà un’audizione davanti alla Commissione Bilancio del Senato.
Dopo l’incontro a quattr’occhi a Parigi con François Hollande lo scorso 1 settembre, il capo di Eurotower ha accolto un invito del Parlamento italiano che ha fissato, poco prima, un altro appuntamento di rilievo: l’audizione di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, per lunedì 1 dicembre, sempre davanti alla V Commissione di Palazzo Madama. Saranno due appuntamenti di rilievo anche se con profondità differenti. Più italiano il ragionamento di Visco: le banche dopo lo stress test, le conseguenze della Vigilanza Unica, considerazioni sull’azione di governo; più concentrato sui pericoli che corre l’Europa di fronte a una crescita che non si intravede quello di Draghi.
«Proteggeremo l’euro» ha detto giovedì scorso Draghi rievocando quel «whatever it takes» (qualunque cosa serva) del luglio 2012. Il giorno prima il banchiere aveva sferzato i governi a «fare le riforme, altrimenti ben difficilmente si vedrà la ripresa». Peraltro, l’aspettativa di intervento massiccio di Francoforte viene ritenuta una delle cause del ribasso del rendimento dei Btp a 10 anni al minimo storico del 2,2%: un paradosso, di fronte all’ulteriore crescita del debito nazionale. Un paradosso di non facile lettura se si considera che i titoli bancari non godono di grande apprezzamento nonostante abbiano in pancia 425 miliardi di Bot e Btp. Ciò si spiega con il fatto che la Bce punta a stimolare il credito tramite un’espansione di bilancio di circa mille miliardi. Le misure già varate potrebbero però non essere sufficienti: se agli acquisti di Abs per circa 200 miliardi e di covered bond per 40 miliardi si aggiungono i due Tltro (finanziamenti alle banche a tassi quasi zero), il bilancio della Bce crescerà al massimo di 550 miliardi. Per questo è probabilmente inevitabile che gli acquisti vengano allargati ai titoli governativi sulla scia di Fed e Banca del Giappone.
Al di là degli annunci, però, per premere il grilletto – si pensa che ciò possa accadere entro la primavera 2015 – è indispensabile che attorno alla Bce si crei quel consenso unanime che Draghi sta cercando di costruire con i suoi avvertimenti, non senza diffondere fiducia, come farà di fronte al Parlamento italiano, nelle potenzialità di un’Europa più unita e in crescita.

Il Messaggero