Dipendenti pubblici e licenziamenti, partita ancora aperta

dipendenti-assenteisti

Non è chiusa la partita sull’inclusione dei dipendenti pubblici nelle nuove regole sui licenziamenti, legate ai contratti a tutele crescenti. Il presidente del Consiglio in persona l’ha in qualche modo riaperta – dopo le prese di posizione piuttosto nette dei ministri Poletti e Madia – sostenendo che la questione potrà essere affrontata in Parlamento nell’ambito della discussione sul disegno di legge di riforma della pubblica amministrazione. Il premier ha anche spiegato che sul punto ci sono interpretazioni giuridiche differenti e che in ogni caso la scelta toccherà al Parlamento e non al governo.
Era stato per primo il senatore Pietro Ichino di Scelta Civica ad argomentare che – essendo saltata all’ultimo momento una clausola che escludeva il pubblico impiego dalle novità – i dipendenti statali sono automaticamente coinvolti in quanto soggetti alla stessa normativa contrattuale della generalità dei lavoratori. Ieri Ichino ha rincarato la dose fornendo una propria ricostruzione delle ore precedenti al Consiglio dei ministri della vigilia di Natale: «Quando il governo ha deciso di non escludere dal campo di applicazione i nuovi assunti nella pubblica amministrazione erano presenti anche Poletti e Madia- ha sostenuto – evidentemente i due ministri hanno cambiato idea, ma dovranno convincerne il resto del governo e della maggioranza».
L’AREA CENTRISTA
Favorevole in generale all’inclusione del publlico è l’area centrista, con Ncd e Ucd. «Il governo ci dica nella sostanza quali motivi di efficienza deporrebbero contro l’unico mercato del lavoro pubblico-privato» ha chiesto pubblicamente ieri. Mentre dalla minoranza del Pd Stefano Fassina accusa il presidente del Consiglio di «lavarsene le mani sulla pelle dei lavoratori pubblici», provocando così una «guerra tra poveri». Nel campo dell’opposizione Maria Stella Gelmini di Forza Italia avverte che su questo tema il governo «si gioca la sua credibilità residuale».
Prese di posizione sono arrivate anche dal fronte sindacale. «Ricordiamo a Sacconi – ha detto il segretario generale della Uil Pa, Benedetto Attili – che i dipendenti pubblici hanno da anni i contratti bloccati, le retribuzioni bloccate, il trattamento pensionistico delle donne diverso dal privato: se vogliamo l’equiparazione tra pubblico e privato, rendiamola a 360 gradi». Viste le parole di Renzi, Attili chiede al Parlamento «un confronto serio, non una passerella o una campagna pre-elettorale». La polemica, secondo il responsabile Settori pubblici della Cgil, Michele Gentile, nasconde in realtà altri scopi: per il sindacalista nella pubblica amministrazione si può già licenziare per motivi disciplinari e, come dimostra il caso delle Province, per motivi economici o organizzativi si può entrare in mobilità. La discussione agli statali è quindi a suo avviso «assolutamente ideologica» e per parti del centrodestra serve a raggiungere «altri obiettivi», come ad esempio ottenere di introdurre anche lo scarso rendimento tra le motivazioni per il licenziamento.
A questo punto è possibile che nel breve iter parlamentare del decreto venga aggiunta una precisazione sullo status dei dipendenti pubblici, eventualmente con un rinvio allo specifico provvedimento sulla pubblica amministrazione.

Il Messaggero