DIGNITÀ TEUTONICA

Uli Hoeness

Tre anni e sei mesi. Questa la condanna comminata ad Uli Hoeness, presidente o, a questo punto, ex presidente del Bayern Monaco. 27 milioni di euro l’evasione fiscale accertata. Tutto qui? Bè ricorrerà in appello si dirà. Nemmeno per sogno, il signor Hoeness ha rinunciato al secondo grado e se ne andrà in prigione. Chapeau. È evidente che l’ex stella del calcio tedesco l’ha combinata grossa, sfatando, se mai fosse esistita, l’idea che oltre Cortina ci sono solo persone dure e pure. Lì però la giustizia funziona in maniera diametralmente opposta che da noi. Un processo durato appena un anno, non viziato da impedimenti più o meno legittimi, senza troppi fronzoli. Lì hanno ancora una volta dimostrato che se si è colpevoli si paga il debito con la giustizia. Sarà per cultura o per mentalità, ma da quelle parti non si scherza con le bugie e con i sotterfugi. Per una tesi copiata si dimise un ministro (Guttenberg), peraltro candidato alla presidenza della Repubblica Federale. Qui, invece, per dimettersi deve venire giù un diluvio universale, che nella maggior parte dei casi non serve a nulla, visto che poi, passata la bufera, si ritorna subito in auge. Lì per una evasione fiscale rinunciano all’appello, qui si continua a sperare in fantomatiche revisioni processuali. È inutile lamentarsi della superiorità tedesca, è inutile puntare il dito contro Frau Merkel che detta la politica economica europea. Non siamo credibili, la corruzione dilaga inesorabile: come si può minimamente pensare di alzare la testa? Quando ci arrivano esempi del genere, la testa ci conviene tenerla sotto terra e riflettere sulla mediocrità che ci contraddistingue in alcuni campi, che poi sono quelli che decidono le nostre sorti. Se non cambieremo il nostro modo di essere non andremo mai da nessuna parte, se non imporremo l’idea che l’Italia non è più il paese dell’inganno, della truffa, dei giochini, dei furbetti del quartierino, non potremo nè avremo il diritto di confrontarci con chi ha fatto della serietà il proprio status quo.

Alessandro D’Offizi