Dietro al boom di sbarchi la guerra tra milizie libiche

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La Libia è divisa da un tremendo conflitto interno che dura da quasi un anno. Tre sono le date da ricordare in quella che viene definita come seconda guerra civile libica. La prima è quella del sedici maggio 2014, quando viene lanciata l’“Operazione Dignità” del generale Khalifa Haftar nella sua personale guerra alla milizia estremista di Ansar al Sharia a Bengasi. La seconda è quella delle elezioni del giugno 2014, il cui esito non viene riconosciuto dalla maggioranza islamista presente nel vecchio parlamento; la terza è quella del tredici luglio, quando le milizie di Misurata e i suoi alleati lanciano l’operazione “Alba Libica” per la conquista della capitale. Si crea quindi una spaccatura territoriale ed istituzionale, con due governi, due parlamenti, due primi ministri, due raggruppamenti militari contrapposti. In questo vuoto istituzionale sono le milizie a governare il territorio, spesso legate a gruppi criminali e direttamente coinvolte nel traffico di esseri umani.
LE PARTENZE E GLI SBARCHI
La quasi totalità delle imbarcazioni dirette verso l’Italia partono dalla Tripolitania, soprattutto da alcune località a est e a ovest di Tripoli, come Qarabulli, Khoms, Sourman, Janzour e Zawiah. Gli accordi tra Italia e Libia in materia di contrasto all’immigrazione risalgono al tempo di Gheddafi, all’agosto 2008, anno in cui i due Paesi firmarono il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione”. In quell’anno gli sbarchi furono 37mila, nel 2009 meno di diecimila fino ad arrivare al record dell’anno successivo, il 2010, con 4350 persone giunte sulle nostre coste. In due anni una diminuzione di quasi il novanta per cento. Certo, c’era un prezzo da pagare e quello non lo pagava l’Occidente ma le migliaia di migranti detenuti anche per mesi in carceri inumane e trattati come animali per essere poi derubati di tutti i loro averi e respinti oltreconfine, abbandonandoli nel deserto. Il 2011, con la guerra civile che dura da febbraio a ottobre e la conseguente caduta del regime, segna un vuoto di potere che viene riempito solo in parte dal nuovo governo, dominato da milizie in contrasto tra di loro e interessi tribali. Riprendono le partenze. Sono ventisettemila gli arrivi in Italia, la maggioranza dalla vicina Tunisia, in fase di assestamento dopo la rivoluzione di gennaio; meno di cinquemila le partenze dalla Libia. Nel 2012 salgono a dodicimila. L’Italia viene condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per il sistema dei respingimenti verso la Libia, nazione che non rispetta i diritti umani. Sempre nel 2012 però, viene rinnovato con il nuovo governo libico un accordo che ricalca in buona parte quanto stabilito in precedenza con il vecchio regime in materia di migranti. Il 2013, con il progressivo deteriorarsi delle istituzioni, vede più che raddoppiare le partenze. Ventisettemila, di cui buona parte avente diritto allo status di rifugiati (siriani eritrei, somali).
IL BOOM DEL 2014
Il 2014 è l’anno del nuovo boom. Dalle coste libiche partono ben 140mila migranti, molti dei quali dalla Siria in guerra (42mila). Oggi le stime più pessimiste parlano di centinaia di migliaia di migranti pronti a lasciare le coste africane. Per Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, l’unica soluzione per evitare tragedie come quella appena successa e stroncare il traffico di essere umani, gestito da organizzazioni criminali senza scrupoli e gruppi combattenti, sembra essere l’apertura di corridoi umanitari per chi ha diritto di asilo. Serve però anche la collaborazione della Libia e dei Paesi limitrofi. La speranza è legata ai colloqui che da diverse settimane si stanno svolgendo in Marocco tra i rappresentanti dei governi di Tobruk e Tripoli. Bernardino Leon, inviato speciale dell’Onu per la Libia, sembra ottimista al riguardo. «Stiamo preparando un incontro nel campo della sicurezza nei prossimi giorni», ha dichiarato, sottolineando l’importanza del primo faccia a faccia tra le milizie dalla caduta del regime del colonnello Gheddafi e spiegando che è stato elaborato un testo di accordo «che può trovare il consenso delle parti all’80-90%». Leon però avverte che «tutti questi sforzi saranno inutili se non portiamo al tavolo tutti quelli che stanno prendendo le decisioni sul terreno». Ancora una volta dunque, nel bene e nel male, il destino della Libia e quello dei migranti sono intrecciati.

Il Messaggero