Dell’Utri condannato a sette anniLa Cassazione: «Aiutò la mafia»

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È DEFINITIVA la condanna a 7 anni di reclusione per Marcello Dell’Utri, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo ha deciso la Corte di Cassazione dopo quasi cinque ore di camera di consiglio, rigettando il ricorso della difesa dell’ex senatore di Forza Italia: la sentenza sarà allegata alla richiesta di estradizione, visto che Dell’Utri si trova ora in Libano e la procura di Palermo ha già emesso un nuovo ordine di arresto. I difensori di Dell’Utri hanno annunciato il ricorso alla Corte europea di Strasburgo.

I giudici della I sezione penale della Suprema Corte hanno accolto la richiesta del procuratore generale di confermare la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Palermo. Aurelio Galasso nella sua requisitoria aveva infatti cercato di dimostrare che i contatti tra Cosa Nostra e Marcello Dell’Utri — attualmente agli arresti in un ospedale di Beirut in Libano — «non si sono mai interrotti e si sono protratti senza soluzione di continuità» dal 1974, anno del «patto di protezione» siglato con la mafia palermitana per tutelare Silvio Berlusconi, fino al 1992. Per Galasso, dunque, la corte d’Appello di Palermo ha dato «adeguatamente» conto del protrarsi di questi rapporti e dei pagamenti per la mafia tramite Dell’Utri. «I contatti di Marcello Dell’Utri con la mafia palermitana — ha sottolineato il pg — erano tali che le sue lamentele per le eccessive pressioni degli esattori Pullarà, da lui rivolte alle sue conoscenze in cosa nostra, arrivano fino alle orecchie di Totò Riina: a tal punto arrivava il suo accreditamento all’interno del sodalizio».

LA SENTENZA emessa in appello-bis dai magistrati di Palermo il 25 marzo dello scorso anno ha quindi risposto ai rilievi che la stessa Cassazione aveva messo in luce con la sentenza con cui, nel 2012, aveva annullato con rinvio il primo verdetto d’appello.
«Servono prove decisive per condannare e non congetture», ha replicato l’avvocato Massimo Krogh, difensore di Dell’Utri, chiedendo infine che venisse «affermato il principio del dubbio pro reo». L’avvocato ha poi cercato di giustificare la fuga in Libano del suo assistito spiegando che «Marcello Dell’Utri è molto provato da 20 anni di indagini a suo carico: non condivido la sua iniziativa, ma la giustifico. Può aver perso la testa e aver commesso una stupidaggine». Adesso parte la «battaglia» per riportare in patria Dell’Utri, attualmente in Libano.

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