Def all’esame del Parlamento, Bankitalia: «Stime plausibili ma ci sono rischi al ribasso»

Bankitalia

Le stime di crescita contenute nel Def sono plausibili ma ci sono rischi al ribasso: a mettere in guardia è la Banca D’Italia che plaude anche al calo del debito ma avverte che i margini «non sono ampi». Inoltre la pressione fiscale è diminuita ma resta sopra la media pre-crisi. Lo scenario macroeconomico delineato dal Def «non può dirsi implausibile sulla base dell’attuale situazione congiunturale ma resta il rischio di evoluzioni meno favorevoli», sottolinea il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, nel corso di un’audizione di fronte alle Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato. «Le tensioni geopolitiche – osserva Signorini – potrebbero ripercuotersi sulla fiducia di famiglie e imprese. I mercati finanziari restano soggetti a una forte volatilità». «Le valutazioni del governo sulle prospettive di crescita e inflazione per il 2016 – ricorda l’esponente di Bankitalia – si collocano all’interno dell’intervallo delle stime più recenti dei principali previsori internazionali e privati che sono state tutte riviste al ribasso». In particolare, Signorini cita le ultime proiezioni del Fondo monetario internazionale secondo le quali il Pil dell’Italia crescerebbe tra l’1 e l’1,2%. «Se si vuole mantenere e consolidare la fiducia dei mercati, è importante conseguire nel corso del tempo una riduzione del debito chiara, visibile e progressiva», ammonisce palazzo Koch. Bankitalia infine chiede di considerare «con attenzione l’opportunità di prevedere riduzioni permanenti del cuneo fiscale, a beneficio della crescita dell’occupazione».

Morando: «Dal 2016 il debito comincerà a scendere»
«Il 2016 sarà l’anno in cui il volume globale del debito pubblico italiano comincerà a scendere, dopo un 2015 in cui non è cresciuto in modo significativo per la prima volta dopo tanti anni», replica il viceministro dell’Economia Enrico Morando da Genova. «L’obiettivo è arrivare nei prossimi anni a dei livelli decisamente inferiori del volume globale del debito pubblico – spiega – Oggi ci gioviamo di una situazione dei tassi di interesse molto bassi, in larga misura grazie alla politica della Bce, ma la situazione non sarà eterna, quando la tendenza si invertira’, dovremo essere pronti». Morando replica a Bankitalia anche sulla pressione fiscale «ancora troppo alta»: «Il Governo ha preso l’impegno di ridurre in particolare la pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa entro la legislatura, abbiamo iniziato con gli 80 euro, l’Irap e l’Ires, adesso vogliamo continuare la riduzione della pressione fiscale sul lavoro o fiscalizzando i contributi previdenziali o riducendo l’aliquota dell’Irpef». «Nel 2016 decideremo se e come introdurre nuove forme di flessibilità in uscita per le pensioni, per ora non abbiamo deciso, finora ci sono solo ipotesi», aggiunge.

Confindustria: «Crescita insoddisfacente»
Ma Bankitalia non è l’unica a pungolare il governo. Pure Confindustria parla di sottolinea che, «per quanto realistiche e condivisibili come previsioni, questi ritmi di crescita appaiono insoddisfacenti per ripristinare livelli di occupazione e redditi pre-crisi, sanare le ferite nel tessuto sociale, compreso l’ampliamento della povertà. È doveroso puntare su una crescita più elevata e fare ogni sforzo per raggiungerla». Il processo riformatore avviato dal governo «non può né fermarsi né rallentare ora – sottolinea il responsabile del Centro studi Confindustria Luca Paolazzi- Tra i paesi avanzati, l’Italia, in considerazione della più negativa performance durante la crisi e nel decennio precedente, più degli altri può beneficiarne in termini di aumento del PIL potenziale». Le riforme, però, sottolinea viale dell’Astronomia, «non basta annunciarle e nemmeno approvarle in Parlamento: occorre attuarle. È il deficit di attuazione quello che è maggiormente mancato per troppi anni in Italia».

Cgil, Cisl e Uil: meno tasse e più crescita
Sollecitano meno tasse e più crescita anche i sindacati, a partire dalla Cisl, che «non chiede al Governo di interrompere il virtuoso processo di risanamento della finanza pubblica o di non rispettare gli impegni assunti ma piuttosto di impegnarsi nei confronti dell’Unione europea per superare gli opprimenti vincoli del fiscal compact, che finiscono per imporre politiche di austerità, e di contrattare margini di flessibilità più ampi per determinare una crescita più forte e duratura». Più dura la Cgil, secondo cui «quella che il ministero dell’Economia ripropone con il Def 2016 è una politica economica per restare nella crisi», ovvero una «politica troppo ottimistica e poco ambiziosa». Nonostante la mancata ripresa, italiana ed europea, la deflazione e il peggioramento del contesto internazionale, «viene confermata la strategia economica avviata dal governo ormai tre anni fa, con misure di consolidamento delle finanze pubbliche a scapito di una politica espansiva», nota il sindacato guidato da Susanna Camusso. Parla di Documento «molto deludente» la Uil, che parla di «toni prudenti» del governo, mentre ci si dovrebbe «concentrare su un piano per la crescita di durata almeno triennale per favorire gli investimenti pubblici e privati». Tutti e tre i sindacati principali, poi, bocciano l’ipotesi di toccare la contrattazione di secondo livello: un intervento che «rischia di alterare l’equilibrio della struttura delle relazioni industriali del Paese, costruita in una logica di sistema in cui i ruoli dei livelli contrattuali sono ben distinti e dedicati».
Abi: «Sforzi positivi»

Positivo invece il giudizio dell’Abi: «L’Italia è tra i pochi Paesi che, con il suo programma di riforme, mira ad affiancare le politiche monetarie con politiche di rilancio degli investimenti. Questo sforzo del Paese – e quindi l’azione del Governo – si affianca alla politica monetaria e sta ottenendo risultati positivi», ha detto il direttore generale dell’associazione bancaria Giovanni Sabatini, al termine dell’audizione sul Def alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato.

Corriere della Sera