Davigo: non tutti rubano, ma pratica diffusa

Piercamillo Davigo

«Non tutti rubano, non lo penso. Ma la corruzione è una pratica molto diffusa. Quindi, bisogna comprenderne le cause e studiare i possibili rimedi». Lo ha detto a Taranto Piercamillo Davigo, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, relazionando al seminario organizzato dall’Asl di Taranto, dall’Università degli studi «Aldo Moro» di Bari e dall’Ordine dei giornalisti della Puglia su «Trasparenza e Anticorruzione nella Pubblica Amministrazione». La repressione, ha aggiunto Davigo, «serve, ma la legislazione dovrebbe essere più efficace. E bisognerebbe parlare di corruzioni e non di corruzione, perchè ce ne sono di diversi tipi».

«La prima caratteristica della corruzione è la serialità. Un funzionario pubblico che si vende lo farà per sempre», ha sottolineato poi Davigo. «L’onestà o la disonestà – ha spiegato – non sono pulsanti. Chi decide di fare spregio delle regole imbocca spesso una strada senza ritorno. La serialità implica un approccio diverso nei processi e nell’indagine criminologica». Secondo Davigo «chi accetta la corruzione cerca di coinvolgere altre persone per creare un ambiente favorevole. Ciò che distingue la pubblica amministrazione italiana da quella francese o britannica è l’orgoglio di appartenenza, che qui manca». Per decenni, ha detto ancora Davigo, «si è raccontato che i nostri dipendenti pubblici sono fannulloni o nella migliore delle ipotesi inefficienti. Non ci vuole molto a distruggere l’orgoglio di appartenenza, ma per ricostruirlo ci vogliono generazioni».

«Tra mazzette e stipendi è uno scontro impari. La tentazione può diventare irresistibile». Partendo da questo presupposto il presidente dell’Anm ha quindi spiegato le cause del fenomeno della corruzione nella pubblica amministrazione. «Ventidue anni fa – ha ricordato – venne da me un capitano della guardia di finanza lamentandosi in un primo momento perchè io avevo fatto arrestare 130 militari danneggiando l’immagine del Corpo. Poi però mi ha detto che avevo ragione. Ha raccontato che guadagnava sulla carta 2 milioni e mezzo di lire al mese, ma un milione di lire lo versava per l’affitto demaniale. Come poteva mantenere la famiglia con un milione di lire?». Il finanziere, ha raccontato ancora Davigo, «mi disse di essere andato dal comandante della legione chiedendo: come posso dare da mangiare ai miei figli con questo stipendio?’. E il comandante gli rispose: ‘E chi ti ha detto di fare figli?’. Questo è quello che accadeva». Secondo Davigo «in queste condizioni per resistere bisogna essere santi o eroi. Come si fa a corrispondere un milione di lire al mese a un finanziere e poi spedirlo a contare i
miliardi degli altri?».

Il Messaggero