Dalla Curia allo Ior tutti gli ostacoli che rallentano le riforme del Papa

PAPA

Riformare la curia? Una missione alquanto complicata. «La cosa non è facile, perché si fa un passo ma poi emerge che bisogna fare questo o quello, e se prima c’era un dicastero poi diventano quattro». Un po’ come il gioco dell’oca. Si avanza di due caselle, e poi si arretra del doppio. Papa Bergoglio se n’è reso conto man mano che passava il tempo e prendeva corpo il progetto di apportare ritocchi sostanziali all’apparato amministrativo e burocratico dello Stato vaticano, dallo Ior ai pontifici consigli, secondo un mandato ben preciso ricevuto dai cardinali nel marzo del 2013, durante le congregazioni pre-conclave, ovvero le riunioni fiume svoltesi a porte chiuse che hanno preceduto l’extra omnes e l’elezione nella Cappella Sistina. 
LE CRITICHE
Per diversi giorni, due volte al giorno, gli elettori hanno avuto modo di confrontarsi senza limiti, a volte anche aspramente, facendo emergere talvolta contrasti e divergenze di vedute su come fino a quel momento era stata gestita la curia romana. Troppo centralistica, eccessivamente sbilanciata su Roma, incapace di captare i bisogni periferici, persino corrotta e attraversata da veleni. A denunciare erano soprattutto gli stranieri ancora sotto choc dalle ultime vicende, le dimissioni di Josef Ratzinger, l’opacità con la quale la Segreteria di Stato, che allora era retta dal cardinale Tarcisio Bertone, aveva governato tranti, troppi scandali. Vicende interne mai spiegate, oggettivamente gravissime: prevaricazioni, malversazioni, concussioni, il sospetto del riciclaggio allo Ior e all’Apsa, un maggiordomo condannato e incarcerato per sottrazione di documenti top secret, un gendarme e un tecnico dei computer finiti nei guai per averlo aiutato, cordate di monsignori contro altre. E Papa Ratzinger isolato, quasi prigioniero, nell’Appartamento del Palazzo Apostolico. Insomma, un panorama ben poco edificante, inspiegabile per molti dei membri del collegio cardinalizio, soprattutto stranieri. 
IL SENTIERO 

La richiesta di rinnovare radicalmente l’apparato nasce proprio dall’esigenza di trasparenza, dal bisogno di maggiore ascolto e collaborazione. E’ proprio in quel periodo, come ha ricordato Francesco intervistato dal Messaggero, che i cardinali hanno delineato il sentiero che avrebbe dovuto percorrere il nuovo pontefice. Primo obiettivo tra tutti: rivedere il meccanismo della Segreteria di Stato che da organo complementare, di supporto al pontefice, nell’arco degli ultimi dieci anni, ha occupato spazi di gestione non previsti, facendo da tappo a tante iniziative, a dibattiti interni, a proposte periferiche. Alle congregazioni generali la Segreteria era stata descritta come una specie di tappo. Ecco perché la riforma di un ufficio importante come quello, non poteva essere vista come un punto isolato, ma considerata un tassello di un processo più ampio, riguardante l’intero apparato, il quale a sua volta andava posto nel quadro più generale del mutamento dell’istituzione ecclesiastica. Sin dall’inizio di proposte e di idee non ne sono mancate. Tra queste, per esempio, la possibile introduzione del Moderator Curiae, una figura nuova ipotizzata da diversi giuristi (tra cui il cardinale Coccopalmerio) con funzioni di interfaccia tra i diversi organismi, le congregazioni, i consigli, gli uffici per sveltire le pratiche, impostarle e indirizzarle nei luoghi adatti. Una idea nuova, in uso in alcune diocesi, che però, man mano andava avanti il dibattito, si dimostrava inefficace perchè avrebbe dato vita ad un organismo in più, così invece che razionalizzare avrebbe fatto aumentare di numero i dicasteri. Alla fine il Moderator Curiae è finito in soffitta.
Il Papa si è voluto dotare di una specie di consiglio della corona, il consiglio degli otto, una struttura finalizzata a rivedere la Costituzione Apostolica Pastor Bonus (che è quella che regola la curia). Il consiglio si compone dei vertici del clero dei 5 continenti. Bergoglio ha chiamato a farne parte l’honduregno Maradiaga, l’italiano Bertello, il cileno Errazuriz Ossa, l’indiano Gracias, il tedesco Marx, il congolese Pasinya, lo statunitense O’Malley e l’australiano Pell, supportati dal segretario, il vescovo di Albano Marcello Semeraro. Si vedono a cadenza trimestrale per un paio di giorni, poi ognuno riparte. Finora hanno stabilito come affrontare le riforme economiche e come rafforzare la prevenzione della pedofilia tra i preti. 
L’AUSTRALIANO

Su suggerimento del G8 il Papa ha firmato un Motu Proprio per l’istituzione di una «nuova struttura di coordinamento per gli affari economici e amministrativi», una superministero vaticano dell’Economia, guidato dal cardinale George Pell, 72 anni, arcivescovo di Sidney. Un uomo dai modi spicci e poco malleabile, incaricato di visionare tutte le spese. Il nuovo «Consiglio per l’economia» è costituito da otto cardinali o vescovi e sette laici, di varie nazionalità con competenze finanziarie e riconosciuta professionalità. Un altro organismo in più, che va ad aggiungersi agli altri. Altro che razionalizzazione, accorpamenti, semplificazioni. Toccare un pontificio consiglio fa sollevare subito un vespaio e così, ad ogni riunione, il G8 prende atto della complessità di un sistema in cui anche un granello di sabbia rischia di fare inceppare l’intero meccanismo. Un po’ di tempo fa Francesco ha spiegato che la riforma in atto è finalizzata a «meglio servire la Chiesa e la missione di Pietro». Il problema è che «tra le varie amministrazioni dovrebbe stabilirsi una nuova mentalità di servizio evangelico». 
BUFERA ALLO IOR

Come per esempio allo Ior dove è riscoppiata la guida per il controllo dell’Istituto, e la poltrona della presidenza affidata da Bertone al tedesco Fryeberg che traballa, con l’ipotesi di un aumento dei costi e altri veleni di nuovo pronti a colpire gli avversari. Il rinnovamento è tutt’altro che facile, a diversi livelli emergono resistenze, si ascoltano mugugni, sommessi mal di pancia. Il percorso di riforma della curia «non sarà semplice e richiede coraggio e determinazione. Una sfida notevole, che richiede fedeltà e prudenza» aveva detto Francesco, promettendo di avanzare senza timore. Bergoglio, infatti, andrà avanti. Il mandato pre-conclave del resto era molto chiaro. Su chi avrà la meglio si vedrà. 
LA MORTE

Un Pontefice ha una «strada definitiva», la sua fine è «nella tomba». Papa Francesco l’ha buttata lì come una battuta di spirito, ma la frase è di quelle che fanno discutere. Quando l’ha detta, sabato sera nei Giardini Vaticani, incontrava davanti alla Grotta di Lourdes un gruppo di giovani della diocesi di Roma in ricerca vocazionale. Dopo aver parlato loro del «senso del definitivo», d’obbligo nella scelta di chi vuol farsi prete e in diretta antitesi all’attuale e imperante «cultura del provvisorio», Bergoglio ha aggiunto: «Credo che uno che ha più sicura la sua strada definitiva è il Papa! Perchè il Papa…dove finirà il Papa? Lì in quella tomba, no?».

Il Messaggero