D’Alema: «La legge tuteli i non indagati» E denuncia il cronista

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Che Massimo D’Alema sia solito perdere le staffe coi giornalisti è cosa risaputa. Ora che il suo nome fa da cassa di risonanza all’inchiesta della Procura di Napoli sulla (presunta) corruzione al Comune di Ischia, il suo dispetto è più vistoso che mai: «Mi dica come si chiama ché la denuncio» intima stizzito a un cronista Rai che a Bari insinua un collegamento fra le sue attività di vignaiolo e le malefatte degli ipotetici corrotti: «Sarebbe bizzarro che mi facessi comprare per duemila bottiglie di vino». Scenetta non edificante, che la dice lunga sul nervosismo dell’ex lider Maximo, ma anche sulla delicatezza del tema sollevato: quello delle intercettazioni.
MACCHINAZIONE GIUDIZIARIA
D’Alema non è indagato nell’inchiesta dei magistrati partenopei. E, dal suo punto di vista, questa da sola sarebbe una buona ragione per sconsigliare a chiunque di accostarlo all’indagine. L’ex premier ed ex segretario del Pds, tuttavia, è convinto che il suo nome sia stato infilato nelle carte giudiziarie «per motivi extra-processuali», cioé per dare visibilità a una vicenda che altrimenti ne avrebbe avuta poca. «Ma adesso mi sono stufato: coi miei avvocati ho deciso di querelare quelli che intorno a questa vicenda stanno dicendo il falso».
C’è dell’altro. D’Alema invoca pure un intervento del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Associazione Nazionale dei Magistrati. Chiede loro di «vigilare e intervenire» nei confronti delle toghe che abusano delle intercettazioni, che rendono pubbliche conversazioni ininfluenti dal punto di vista giudiziario, e che coinvolgono – come nel caso di Ischia – personaggi estranei al cuore dell’indagine. «Probabilmente sapevano che se non avessero tirato in ballo me o Tremonti tutta la storia non sarebbe finita in prima pagina».
Insomma, si sente vittima d’una macchinazione. E, di conseguenza, alza la voce. E’ vero che la cooperativa Cpl Concordia (coinvolta nello scandalo di Ischia), ha acquistato bottiglie di vino prodotte nella sua fazenda di Narni, «ma erano acquisti regolari, dilatati nell’arco di due anni, fatti solitamente in occasione delle festività poiché le aziende usano regalare vino ai propri clienti per Natale e Pasqua». E’ anche vero che la stessa cooperativa fece dei versamenti alla Fondazione Italiani Europei «ma non erano bonifici fatti a me, che ne sono presidente a titolo gratuito».
ABUSO DI INTERCETTAZIONI
Dice, D’Alema, di essere pronto a chiarire il tutto ai pm «anche se non vedo cosa dovrei chiarire». E chiede un intervento del Parlamento: «Serve una legge per tutelare l’onorabilità delle persone non indagate per proteggerle da campagne diffamatorie come questa che mi vede protagonista insieme con la mia famiglia». Una legge, quindi, che impedisca di utilizzare conversazioni che coinvolgono, anche indirettamente, chi non ha a che fare con l’indagine: argomento delicato, questo, condiviso da esponenti del suo partito, fra cui il presidente del Pd Matteo Orfini.
Che la questione stia rendendo particolarmente nervoso D’Alema lo testimonia l’insistenza con cui da giorni ritorna sulla vicenda. La novità di oggi è, appunto, la decisione si chiamare in causa gli avvocati: «Quello che sta accadendo mi costringe a denunciare organi di stampa, televisioni e radio, singoli giornalisti, che si sono esercitati a dire cose false e palesemente diffamatorie». Proprio mentre lo annuncia gli arriva la domanda: me lei vendeva i suoi vini alle convention del Partito Democratico? La risposta in diretta tv è drastica: «Mi dica il suo nome. Lei sta affermando il falso e io denuncio pure lei. Non sarà il solo».

Il Messaggero