Dal salario minimo all’Italia Così la Bundesbank vuole far valere la sua autonomia dalla politica

Jens Weidmann

In Germania non c’è contezza di un presunto scontro con l’Italia. L’unica tenzone che l’Handelsblatt ha reputato degna di essere riportata è quella tra Angela Merkel e molti nomi grossi dell’industria durante la riunione del consiglio economico della Cdu, quello ormai famoso dal quale giovedì sera hanno parlato sia il presidente della Bundesbank Weidmann, sia il responsabile delle Finanze Schäuble. Le polemiche tra una fetta consistente delle imprese, fiancheggiate dalla banca centrale tedesca, e la cancelliera riguardano in questo momento soprattutto il salario minimo. E non soltanto perché è un peso economico, per l’industria: i cristianodemocratici si stanno innervosendo per un’agenda di governo sinora dominata esclusivamente da temi proposti dai socialdemocratici come, appunto, il salario minimo o il riordino delle pensioni. E quando il politico Kurt Lauk ha detto che la prima grande coalizione «con personalità come Steinmeier, Schroeder e Muentefering, i riformisti dell’Agenda 2010» era stata positiva, così come la coabitazione con i liberali fino al 2013, «adesso ammettiamo che in questa alleanza ci sentiamo particolarmente a disagio». Ovazione.

Che Weidmann, in questo contesto, abbia ripetuto per la milionesima volta le sue perplessità sul salario minimo, attaccando dunque Merkel, o che abbia ribadito quanto già detto in una dura lettera diffusa la scorsa settimana sul Patto di stabilità, stavolta citando Matteo Renzi, non ha sorpreso insomma nessuno. In Germania, «nano politico» per l’intero secondo dopoguerra, il marco è stato sempre considerato il simbolo più importante della propria grandezza economica. E la Bundesbank, nella percezione comune, non è minimamente paragonabile alle altre banche centrali, compresa la Banca d’Italia. È considerata un’istituzione sacra, che ha sempre tutelato il marchio più importante della solidità tedesca, la sua moneta. Ma il segreto di questa solidità è anche l’autonomia dalla politica – che la Bce ha ereditato statutariamente. Non è la prima volta, dunque, che la Bundesbank e il governo litigano – ora su salario minimo e Patto di stabilità, due anni fa sullo scudo anti spread dell’Omt, venticinque anni fa sul tasso di cambio marco dell’Est e marco dell’Ovest. Né sarà l’ultima.

Che ieri il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, abbia dunque smentito tensioni con Roma, dopo che le parole del ministro delle Finanze Schäuble erano state tradotte da qualcuno travisandone il senso, è chiaro. «L’Italia e la Germania vogliono entrambe che le istituzioni europee lavorino per gli interessi essenziali della gente, per le sfide essenziali dell’Ue, una di queste è il benessere dei cittadini che può essere procurato solo attraverso la competitività. Non c’è differenza fra Italia e Germania. Remiamo nella stessa direzione». L’ovvio.

Giovedì sera, ribadendo per la milionesima volta la sua posizione, manifestando anche un po’ di stanchezza rispetto a un dibattito che secondo i tedeschi non può essere condotto per giorni, settimane, senza appigli reali, il responsabile delle Finanze aveva ripetuto che la flessibilità è insita nel Patto e va solo applicata. Il problema, per Berlino, è che senza progressi reali sulle riforme italiane, qualsiasi dibattito sui margini di flessibilità che potrebbero essere concessi, è puramente filosofico.

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