“Dai corruttori stipendio di un milione a Galan”

Giancarlo_Galan_1

Il giorno in cui venne stretto il primo bullone del Mose, il Modulo Sperimentale Elettromeccanico, 14 maggio 2003, il governatore del Veneto Giancarlo Galan era in prima fila. «Questo è il mestiere più bello del mondo». E fa niente se l’unica competenza della Regione in materia è circoscritta al disinquinamento delle acque da sversare in Laguna. Più il parere obbligatorio al Comitatone che il 3 aprile, poco più di un mese prima, dà il via libera definitivo ai lavori delle paratie che dovrebbero salvare Venezia. Per i quindici anni in cui guida la Regione – dal 1995 al 2010 – quello del Mose sarà un chiodo fisso per questo ex liberale con laurea in Diritto ecclesiastico, seduto alla destra di Silvio Berlusconi dalla sua discesa in campo, dopo avergli guidato le aziende come direttore centrale di Publitalia 80.

I giudici scrivono che Galan avrebbe accelerato l’iter regionale in cambio di uno «stipendio» annuo da 1 milione di euro dal 2005 al 2011. A raccogliere lo «stipendio» era il suo fido assessore Renato Chisso, pure lui in carcere, pure lui beneficiato da mazzette per 200-300 mila euro l’anno. Renato Chisso, prima che la Regione fosse affidata alla Lega di Luca Zaia, aveva pure sperato di diventare l’erede di Giancarlo Galan. Ma il bilancino della politica annientò le aspirazioni di «mister nove zeri», come veniva chiamato ufficialmente per la sua specializzazione nel tenere sotto controllo gli appalti pubblici regionali.

Ma chi lo sa che non sia pure per altro in questa Veneto connection, che non risparmia nessuno. E porta in carcere pure il sindaco in carica di Venezia Giorgio Orsoni, tessera del Pd, 400 mila euro per finanziare la campagna elettorale del 2010. Briciole, alla fine. Come la sua carriera che sembrava immacolata tanto che subito dopo i primi arresti per il Mose che forse salverà Venezia ma ora fa affondare un intero sistema politico sibilò: «Altri si dovranno preoccupare, non io». Che in questa vicenda tutto parta da Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani costruzioni, prime manette 1992 era giurassica di Tangentopoli, non stupisce nessuno. Che torni in ballo l’ex consigliere di Giulio Tremonti Marco Milanese, indagato per essere stato omaggiato di 500 mila euro dal Consorzio Venezia Nuova per oliare i finanziamenti statali, fa più effetto. Ma tra imprenditori, magistrati della Corte dei Conti, generali delle Fiamme Gialle e politici di ogni razza, non manca nessuno a questo scandalo.

Dire che tutto ruotasse attorno a Giancarlo Galan, salvato dalle manette perché senatore, adesso sembra facile. Lui che scese in campo come erede di Bernini e De Michelis, travolti da Tangentopoli prima era, fa specie. Ma forse era così che si alimentava la locomotiva del Nord Est. A colpi di favori e di elargizioni. Di sicuro guardando pure ai meriti. Indiscussi quelli di Lorena Milanato, la segretaria di Giancarlo Galan proiettata fino alla Camera dei deputati nel 2001. Perché alla fine Giancarlo Galan non si inchinava davanti a nessuno, o quasi: «Devo tutto a Silvio Berlusconi» diceva. In effetti gli dovette pure il doppio incarico ministeriale, prima alle Politiche agricole poi ai Beni Culturali. Anche se non è che fosse proprio contento: «Vado ad occuparmi di mozzarelle».

Di sicuro gli sarebbe piaciuto occuparsi di più del suo Veneto. Del Mose a cui accarezzò il primo bullone. O del Passante di Mestre, posa della prima pietra 11 dicembre 2004. I giudici sostengono che Galan avrebbe incassato lo «stipendio» fino al 2011, il suo ultimo anno a Palazzo Baldi. Un vero peccato pure se nel 2016 il Mose sarà finito. Perché, come scrive Renzo Mazzaro nel libro «I padroni del Veneto» che già preconizzava come sarebbe finita, nemmeno quando verrà stretto l’ultimo bullone della Grande Opera che costerà 4,2 miliardi di euro e in 26 anni darà lavoro a 30 mila addetti, sarà davvero finito tutto. A lui lo raccontano senza tanti giri di parole: «Quando il Mose entrerà in funzione le paratie andranno tolte e ripulite dalle incrostazioni che si formano incessantemente in acqua. Tutte, una dopo l’altra. Un lavoro perenne, una fatica che non si fermerà mai fino all’eternità». Con la gioia dei politici che incassavano e degli imprenditori che prendevano appalti milionari. Qui e lì. Come l’impresa Mantovani di Padova che a Milano ha commesse per 65 milioni su Expo 2015. Ma questa è un’altra storia.

LA STAMPA