Da FI a Ncd tutti con David: è la destra che può vincere

PALAZZO CHIGI - CONFERENZA STAMPA DOPO L'INCONTRO TRA IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO E IL PRIMO MINISTRO IRLANDESE, PRESIDENTE DI TURNO DELL'UE

ROMA E’ il più euforico di tutti. E la gioia di Silvio Berlusconi per la vittoria del ”nipotino” David, inteso come il ri-premier inglese, viene coniugata così, in questa fase in cui il leader forzista sta riscendendo in campo: «Ieri Sarkozy, oggi Cameron, domani io». Ma sono davvero simili i due centrodestra, quello che ha appena trionfato Oltremanica e quello ancora tutto da ricostruire nell’Italia monopolizzata da Renzi? La prima differenza è che Cameron ha vinto, facendo argine rispetto alla destra populista di Nigel Farage (il Matteo Salvini di Gran Bretagna) e rubandogli i voti, esattamente ciò che anche Sarkò è riuscito a fare a scapito del Front National lepenista. Ma proprio questo, anche per effetto della legge elettorale italiana, è ciò che Berlusconi si sta preparando a non fare. E gli appelli continui alla Lega e a Fratelli d’Italia, perchè si torni tutti insieme, evidenziano platealmente la differenza tra qui e lì, tra la Penisola e l’Isola. Anche se il coro di queste ore nel nostro centro-destra è proprio: «Facciamo come Cameron», «Impariamo da Cameron», «Raccogliamo la sfida di Cameron».
LA GARA
E c’è la competizione, dentro a Forza Italia, a chi per primo ha puntato su Cameron: «Sono stato io», assicura Fitto.
Ma Berlusconi non cede la palla e ieri sera ha spiegato: «Cameron ha dimostrato che la sinistra si batte solo con un progetto liberale e non estremista. Le posizioni radicali, xenofobe ed antieuropee, di Farage nel Regno Unito e della signora Le Pen in Francia, hanno raccolto parecchi consensi,ma non sono mai riuscite a prevalere».
Anche se – verrebbe da aggiungere – quanti, nel centrodestra nostrano, sarebbero capaci di sottoscrivere, per esempio, le posizioni del premier britannico in favore dei matrimoni gay? Forse soltanto Berlusconi e pochi altri. Ma la cameronite, il cameronismo, la cameronfilia casereccia arriva a contagiare perfino colui che dovrebbe maledire Cameron in quanto ha rottamato il suo gemello Farage. E stiamo parlando di Salvini.
ANGLO-PADANI
Abbasso Cameron? Macchè: «Bellissimo risultato, vince chi dice no agli immigrati», esulta il capo della Lega. La gioia lumbard è comprensiva del fatto che Cameron ha promesso un referendum sull’Europa, e Salvini non calcola però che proprio la promessa di dare agli inglesi libera voce nel 2017 – a proposito quella permanenza della Gran Bretagna nella Ue – è stata l’arma con cui ha rassicurato buona parte degli elettori tentati da Farage e poco affezionati all’Europa così com’è. Ma poi si farà davvero il referendum? E davvero lo vinceranno gli anti-europei e ci sarà la Brexit (corrispettivo inglese della Grexit)? Tutte questioni su cui dubitare.
La cameronite è comunque una sindrome irrefrenabile in una giornata così. Anche a dispetto, per quanto riguarda quelli che puntano sul gran ritorno trionfale di Silvio, di certe evidenze. Cameron ha 48 anni. E Berlusconi 79. Cameron rappresenta il primo leader conservatore dell’età post-Thatcher. Berlusconi è ancora legato alla memoria della Lady di Ferro e ha avuto più dimestichezza con lei di quanto ne abbia con il successore della signora Margaret. E ancora: se Silvio è un thatcheriano eterno, il richiamo di Cameron – celebre il suo manifesto politico del 2010 incentrato sull’idea della Big Society – ad un «conservatorismo moderno e compassionevole» è in un certo senso l’antitesi del celebre assunto della Thatcher per la quale: «La società non esiste».
LAW AND ORDER
E tuttavia, è piuttosto cameroniana l’impostazione di Forza Italia sugli immigrati. Quella di un law and order, e di un rigore stringente nel controllo dei flussi in entrata, diversa e distante dalla retorica ultra-muscolare del Carroccio.
La cool Britannia come genere d’importazione deve però superare un ostacolo non piccolo. Mentre in Gran Bretagna il labour di Miliband si è arroccato su posizioni di sinistra tradizionale, il Pd di Renzi spariglia tra sinistra, destra e centro – Partito della nazione in fieri – e rende più difficile, rispetto a quello di Cameron, il lavoro degli aspiranti Cameron nostrani. Che non abitano soltanto nelle varie correnti di Forza Italia ma anche nel Nuovo Centrodestra. Ognuno ha il suo Cameron contrapposto a quello del vicino. Occhio alle parole alfanee di Renato Schifani: «Il successo dei conservatori dimostra che una politica liberale, riformista e moderata, è vincente ma soprattutto combatte ed isola la demagogia dei populismi. Di questo, forse, dovrebbe trarne qualche seria riflessione Forza Italia, visto che il rapporto con la Lega sta portando il partito su posizioni che non sono quelle del passato». Secondo Renato Brunetta, viceversa, il trionfo di Cameron sarebbe la riprova della «lungimirante intuizione» di Silvio che intende costruire in Italia il Partito repubblicano all’americana, con dentro anche i fan di Salvini e della Meloni e magari Casa Pond.
Anche se ora è l’inglese l’idioma politico alla moda, non il giovane Cameron ma l’anziano Bush junior è stato citato da Berlusconi come consigliere per il suo partito all’italo-americana ma inserito nel Ppe, che non è proprio il punto di riferimento prediletto Oltremanica dai Tory. Così come, altra discrepanza: mentre Forza Italia vuole bene a Putin, i Tory sono in prima linea sulle sanzioni anti-Russia.
NON PERFIDA ALBIONE
Tutto ciò non toglie che il trionfo dei conservatori inglesi è indubbiamente una boccata d’aria per i colleghi al di qua delle Alpi. Ed è anche la riprova che ci può essere vita oltre le liti condominiali. Ovvero ci sono idee liberali (riduzione delle tasse, della spesa e del debito) e una sfida all’Europa dei burocrati e dell’austerità senza crescita che si presterebbero bene ad essere importate da quella che non è più la «perfida Albione». E se questo accadrà, la cameronite avrà quaggiù un effetto benefico e non soltanto retorico.

IL MESSAGGERO