Costi standard per Regioni e Asl verso una manovra da 20 miliardi

TASSE SOLDI 3

Se Comuni, Regioni e Province protestano per i tagli cospicui ai loro bilanci subiti con l’ultima finanziaria, il Def, il Documento di economia e finanza che il governo esaminerà oggi, mette di nuovo nel mirino i loro bilanci. Il presupposto è semplice. Gli enti locali, ossia Comuni, Regioni e aziende sanitarie, si legge nel documento, «rappresentano circa due terzi della spesa corrente al netto dei trasferimenti alle famiglie e alla spesa per interessi». Dunque sindaci, governatori e manager delle Asl, non si facciano troppe illusioni: «Si proseguirà nel percorso impostato con la legge di Stabilità del 2015». Insomma, una quota rilevante dei 10 miliardi di euro che dovranno arrivare dai tagli di spesa e dalla revisione delle agevolazioni fiscali, dovrà essere trovata nei loro bilanci. In che modo? Il Def punta ad estendere anche alle Regioni e alle aziende sanitarie alcuni precetti inseriti nella manovra dello scorso anno per i Comuni, a cominciare dall’uso dei costi e dei fabbisogni standard per determinare le risorse disponibili per le singole amministrazioni. Cosa questo significhi basta chiederlo al Comune di Roma, uno dei primi ad adeguarsi al nuovo sistema dei costi e dei fabbisogni standard, un sistema che ha costretto il Campidoglio a cospicui sacrifici nell’ultimo bilancio. Oppure basta navigare nel sito Opencivitas, messo a disposizione dal Tesoro, per capire l’impatto in ogni Comune dell’arrivo del nuovo sistema. Il totale dei Comuni del Lazio, per esempio, registrano una spesa storica per le funzioni fondamentali di 4,9 miliardi. Applicando i costi e i fabbisogni standard il taglio medio è di quasi il 7%. Con la prossima legge di Stabilità questo sistema, come detto, sarà esteso a Regioni e Asl.
LE STIMEIl Documento di economia e finanza che sarà esaminato oggi servirà come base proprio alla preparazione della prossima manovra. Punto centrale, come ha confermato lo stesso premier Matteo Renzi in un’intervista a Il Messaggero, sarà la cancellazione dell’aumento di due punti dell’Iva che dovrebbe scattare il prossimo anno. Un contributo fondamentale a disinnescare questa “clausola” che da sola vale quasi 17 miliardi di euro, dovrà arrivare dalla spending review. I tagli alla spesa, ai quali stanno lavorando i nuovi commissari Yoram Gutgeld e Roberto Perotti, sono quantificati nel documento nello 0,45% del Prodotto interno lordo. Significa che la sforbiciata prevista è di circa 7 miliardi di euro. A questa cifra, poi, vanno aggiunti i proventi che arriveranno dalla revisione delle cosiddette tax expenditures, le 720 agevolazioni e detrazioni fiscali che ogni anno abbattono le entrate dello Stato di quasi 260 miliardi di euro. Il Def prevede che questi sconti fiscali debbano essere sottoposti ad una sorta di tagliando annuale. Il primo ci sarà a settembre con la legge di stabilità, e l’obiettivo sarebbe quello di ricavare circa 2 miliardi di euro rivedendo quelle che il Def definisce «le aree politicamente aggredibili». Questo significa che dovrebebro essere fatte salve le principali detrazioni, come quelle per lavoro dipendente, pensioni, mutui. Oltre ai 10 miliardi dei tagli di spesa, altri 4-5 miliardi di euro dovrebbero arrivare dalla riduzione degli interessi sul debito pubblico dovuta al calo dello spread. A questi, poi, andrebbero aggiunti altri 6 miliardi che potrebbero arrivare dall’uso delle clausole di flessibilità previste dalla Commissione europea per i Paesi che fanno le riforme. Il Def è accompagnato infatti, da una griglia nella quale sono elencati tutti i provvedimenti assunti nell’ultimo anno, dal jobs act, alla riforma fiscale, a quella della Pubblica amministrazione, indicando per ognuna di queste l’impatto sul Pil. Le nuove regole sulla flessibilità consentono di avere un margine fino allo 0,5% del Pil restando comunque sotto il 3% di deficit. Se l’Italia chiedesse uno spazio dello 0,4% arriverebbe, appunto, a 6 miliardi. Senza contare, poi, quanto potrebbe essere contabilizzato grazie ad una maggiore crescita dell’economia rispetto alla stima, prudente, che il governo si accinge a fare di un Pil in salita dello 0,7%. A conti fatti, dunque, la manovra di finanza pubblica di settembre, si aggirerà attorno ai 20 miliardi di euro. La riduzione del debito, indicato al 124,6% nel 2018, è affidata anche alle privatizzazioni, confermate in 10 miliardi di euro l’anno, lo 0,7% del Pil. Ma sul Def, spiega Marco Causi, capogruppo Dem in Commissione bilancio, pende una spada di Damocle. «Se il governo non interviene urgentemente sul blocco dell’Agenzia delle Entrate dopo la sentenza della Consulta, si rischia una perdita di gettito di 5 miliardi di euro, per la mancata partenza della voluntary disclosure, il contezioso tributario e il blocco del ravvedimento operoso lungo».

Il Messaggero