Costi standard così i tagli ai conti dei Comuni, in ballo 2,2 miliardi

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Un tradimento. Il sentimento che serpeggia tra i sindaci è questo. Erano convinti, perché Matteo Renzi, glielo aveva garantito, che per i Comuni, dopo 17 miliardi di tagli in cinque anni, i sacrifici sarebbero finiti. Il Def, il documento di economia e finanza, è stato una doccia fredda. La spending review andrà avanti e il conto, nel 2016, sarà presentato anche a sindaci e governatori. I due terzi della spesa corrente, spiega il documento, si annidano nei Municipi e nei parlamentini. Cifre, per ora, non ce ne sono. Ma il timore è che dei 10 miliardi di tagli, tre o quattro vengano chiesti di nuovo a loro. Stamattina i rappresentanti dell’Anci, l’associazione dei Comuni, incontreranno Renzi. Il presidente Piero Fassino, che pure è stato accusato dal premier di sostenere «cose stravaganti», per tutta la giornata di ieri ha provato a gettare acqua sul fuoco. «Non abbiamo dichiarato guerra a nessuno», ha detto, «chiediamo solo di discutere». Il problema, in realtà, è un altro. Il Def è piombato in un momento delicatissimo per i Comuni. Proprio in questi giorni i sindaci, nella conferenza Stato-Città, si stanno dividendo il fardello dei 2,2 miliardi di tagli previsti dalla manovra dello scorso anno. Un negoziato delicatissimo e complicatissimo che li ha messi gli uni contro gli altri. Il sindaco di Firenze, il renziano Dario Nardella, se l’è presa con Bologna chiedendo perché nella divisione del sacrificio per la città Romagnola ci sia solo un taglio del 5% e per il capoluogo toscano una sforbiciata del 23%.
In realtà un motivo c’è. Per dividere gli oneri della spending review, 1,2 miliardi di euro (un altro miliardo riguarda il taglio dei trasferimenti alle Province e alle Città metropolitane, sui quali pure il confronto è serrato) per la prima volta, sono stati utilizzati i costi e i fabbisogni standard, quelli cioè che determinano un prezzo ottimale e valido in tutta la Penisola, per i servizi erogati da ogni Comune.
IL MECCANISMOPer ora si tratta di un’applicazione parziale di questo principio: per l’80% si fa ancora riferimento ai costi storici, per il 20% ai fabbisogni standard. Ma in futuro è previsto che si dovrà arrivare fino al 100%. Per capire cosa questo possa significare per un Comune, basta navigare sul sito Opencivitas, dove il governo ha reso disponibili i dati municipio per municipio. Per finanziare le sue funzioni fondamentali con il principio della spesa storica, un Comune come Roma avrebbe a disposizione 3,28 miliardi. Con i fabbisogni standard le risorse scendono a 3 miliardi e rotti. Significa che il bilancio deve subire un taglio di oltre 250 milioni. La Capitale, in realtà, questo esercizio lo ha già fatto, tanto che nelle settimane scorse il sindaco Ignazio Marino aveva contestato i criteri emersi nella trattativa con gli altri Comuni perché penalizzanti per Roma. Gli era stato fatto osservare che se i fabbisogni standard fossero già operativi al 100% una buona fetta di piccoli comuni italiani rischierebbe il default. Ma anche per i grandi i sacrifici non sarebbero secondari. Se si applicasse completamente il principio dei costi standard, un Comune come Firenze dovrebbe tagliare di 39 milioni un bilancio di 351 milioni, Napoli di 45 milioni su 900 milioni, Venezia di 63 milioni su 326 milioni. Un meccanismo che non piace a molti sindaci, perché finisce per punire quelli magari più efficienti, come i municipi del Nord, che avendo più risorse possono spendere di più per fornire servizi ai cittadini. Se un sindaco ha soldi a disposizione e vuole far mangiare storione nelle sue mense scolastiche non sarebbe libero di farlo. Per questo il meccanismo sarà corretto ponderando il costo standard con le capacità fiscali del Comune. Nel frattempo, sui tagli, la guerra è tutti contro tutti.

Il Messaggero